Mondo Futuro

Verso una ridefinizione dei rapporti tra Cina e India

di Emanuele Schibotto

pubblicato il 31 marzo 2010
immagine documento “La Cina è un Paese molto più ricco di tutte le contrade d'Europa”, scriveva Adam Smith nel 1776. Molti forse non sanno che la Cina e l’India, le due voci più importanti del cosiddetto “Secolo asiatico”, fino alla prima metà del Diciannovesimo secolo totalizzavano circa la metà del Pil mondiale. Nel 1750 le regioni corrispondenti alla Cina e all’India odierne raggiungevano il 57,3% della produzione manifatturiera globale. L'India dominava incontrastata il mercato del cotone e l'industria tessile, mentre la Cina doveva la sua importanza alla forte produttività nei settori agricolo, industriale e commerciale, senza dimenticare la posizione dominante nel mercato dell'oppio, nel quale a fine '800 divenne “il cuore della produzione mondiale”. Nel 1750 il PNL per abitante in Cina arrivava a 228 dollari contro i 150-200 dollari in Europa ed il continente asiatico rappresentava quasi l'80% del PNL mondiale, potendo contare sul 66% della popolazione mondiale. Diciotto degli ultimi venti secoli hanno visto l’Asia produrre più della metà della ricchezza mondiale.

Dopo una prima parentesi europea ed una seconda americana, nei prossimi anni la Storia riprenderà il suo corso. Secondo Goldman Sachs, stanti gli attuali livelli di sviluppo economico, la Cina diverrà la prima economia mondiale nel 2027, mentre l’India per quella data si sarà assicurata il terzo gradino del podio. Dal 2003 ad oggi la Cina è cresciuta con una media superiore al 10%; l’India da par suo ha registrato tassi di sviluppo oltre gli 8 punti percentuali. Pechino viene già considerata la fabbrica del mondo; Nuova Delhi viene sempre più percepita come il suo cervello. In visita a Bangalore nel 2005, il Premier cinese Wen Jiabao affermava: “La cooperazione [tra Cina e India, nda] è paragonabile a due pagode, una l’hardware, l’altra il software. Insieme, possiamo assumere la primazia nell’arena internazionale”

Diviene giocoforza di fondamentale importanza cercare di comprendere come stanno sviluppandosi i rapporti tra i due giganti asiatici. Dopo una fase di aperta ostilità a seguito della guerra sino-indiana del 1962 – disputa non ancora conclusa – durata fino alla visita del Premier indiano Rajiv Gandhi in Cina nel 1988, i due Paesi sembrano ora voler condurre le relazioni bilaterali verso una nuova fase.

Entrambe in rapida espansione, entrambe alla ricerca di maggior influenza regionale, entrambe concorrenti in ambito energetico ed alimentare, India e Cina intendono ora riprendere il filo dei rapporti amichevoli intrattenuti durante gli anni Cinquanta, allorquando le relazioni bilaterali poggiavano sui Cinque Principi della Coesistenza Pacifica, elaborati da Jawaharlal Nehru e declinati in una serie di accordi firmati dai due Paesi nel 1954. I cinque principi comprendevano il rispetto per l’integrità territoriale; la non aggressione reciproca; la non interferenza negli affari interni; uguaglianza e benefici comuni; coesistenza pacifica.

L’esigenza di rilanciare uno schema di coesistenza pacifica è avvertita da ambo le parti, ma è soprattutto l’India ad aver cambiato prospettiva. Fino a tempi recenti, al Ministero degli Esteri indiano il pensiero comune era il seguente: sia l’India che la Cina sono convinte di essere dalla parte giusta della Storia; non possono avere entrambe ragione. Ora, invece, la visione indiana dei rapporti indo-cinesi sta lentamente cambiando: sebbene i punti di contrasto siano notevoli e di carattere permanente (dalla disputa di confine, ritornata di attualità con le schermaglie degli ultimi mesi, alla deviazione del corso dei fiumi ad opera cinese, dalla questione tibetana alla riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite), Nuova Delhi e Pechino devono necessariamente imparare a coesistere, facendo leva sugli interessi comuni (dal contrasto del terrorismo internazionale all’intensificazione del commercio e bilaterale e regionale).

Una chiave di lettura della nuova strategia indiana, votata al realismo, proviene dalla lettura dei principali discorsi tenuti dal nuovo Ambasciatore indiano in Cina S. Jaishankar, giunto a Pechino nell’agosto 2009.

Nel settembre del 2009, ad un seminario organizzato dal Council for Promotion of International Trade e dalla Federation of India Chambers of Commerce & Industry , l’Ambasciatore ha parlato dei crescenti legami commerciali tra i due Paesi: se dieci anni fa gli scambi commerciali bilaterali ammontavano a 2 miliardi di dollari, ora eccedono i 52 miliardi di dollari. Nel 2008 Pechino è divenuta il primo partner commerciale di Nuova Delhi. Per l’Ambasciatore, è dallo sviluppo economico che occorre partire per creare “una cooperazione a somma positiva”.

Tre mesi più tardi, ad un incontro con la stampa a Pechino, l’Ambasciatore ha ricordato il periodo della coesistenza pacifica: “L’India è stato il primo Paese non socialista ad intrattenere rapporti diplomatici con la Repubblica Popolare cinese. Abbiamo una tradizione di collaborazione. Vogliamo far ricordare questa tradizione alle nuove generazioni in Cina. Questo è l’unico modo per poter implementare con successo una strategia di crescita comune”.

Sempre nel dicembre 2009, l’Ambasciatore Jaishankar ha tenuto un altro discorso molto significativo all’Institute for South Asian Studies di Shichuan: “Cosa chiediamo alla Cina? Comprensione per le questioni che più stanno a cuore agli indiani, accettando il fatto che non possiamo essere d’accordo su ogni punto”. L’Ambasciatore ha lodato lo sviluppo cinese, affermando che la crescita economica della Cina è stata “una forte fonte di ispirazione per le riforme ed il cambiamento anche per l’India stessa”. Egli ha inoltre voluto sottolineare che lo sviluppo economico del suo Paese non deve essere motivo di allarme per la Cina - in buona sostanza non comporterà un conflitto militare - così come la straordinaria crescita cinese non ha preoccupato l’India. “Stiamo vedendo la crescita della Cina e dell’India in maniera dicotomica, parallela e non congruente; ciò rende una relazione bilaterale già complessa ancor più complicata […] Che ci piaccia o meno, India e Cina avranno senza dubbio sempre più a che fare l’un l’altra. Non solo saremo più grandi in termini assoluti, ma entrambi avremo una maggiore presenza globale. Il passato, dunque, non può servirci da guida per il futuro.” A patto che per passato non si intenda la coesistenza pacifica, fosse anche competitiva, così come fu pensata dal fondatore dell’India moderna, Nehru, più di mezzo secolo fa.

Emanuele Schibotto è coordinatore editoriale di Equilibri.net . Esperto in Relazioni Internazionali, in precedenza ha lavorato presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, l’Istituto per il Commercio con l’Estero, l’Istituto Internazionale di Diritto Umanitario di Sanremo.

tag:  cina   india   pil   superpotenze   scambi commerciali  


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