La generazione Y

Giovani e politica

di Gianluca Giansante , pubblicato il 26 marzo 2010
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Si sente dire, sempre più spesso e da sempre più parti, che i giovani non sono interessati alla politica, che si sono rifugiati in un individualismo ovattato, imbottito di partite ai videogiochi e passeggiate nei centri commerciali.

Se è vero che le giovani generazioni dimostrano una tendenziale distanza di sicurezza rispetto ai partiti e alla politica mediatizzata, non è altrettanto corretto affermare che sono impermeabili alla politica tout court.

Cresce, infatti, l’interesse dei più giovani nei confronti delle organizzazioni non governative, aumenta il coinvolgimento nel volontariato e la partecipazione alle attività associative.

Il quadro mostra dunque da una parte l’allontanamento rispetto alle forme della politica tradizionale, alla militanza, al tesseramento ai partiti, finanche all’espressione del voto, come dimostra il recente sondaggio di SWG.

Allo stesso tempo, però, aumenta il coinvolgimento in forme di attività politica altre, che appaiono meno legate a logiche ambigue e allo stesso tempo sembrano più capaci di incidere sulla realtà.

È la risposta all’offerta politica corrente, dove prevalgono le baruffe personalistiche e si dimentica il senso vero dell’impegno politico, la passione per la polis, per l’Altro, per la vita della città e della nazione.

I giovani – e con questo termine intendiamo quelli cha hanno fra i 16-18 e i 25-27 anni, la cosiddetta generazione Y – vedono la politica con occhi completamente diversi rispetto ai propri genitori e ai fratelli maggiori.

Non usano la lente dell’ideologia e si sono resi conto che le logiche clientelari hanno sempre meno potere di indirizzare positivamente le loro vite.

Sono dunque più sensibili e ricettivi rispetto a messaggi politici che sappiano veicolare progetti concreti, che parlino di lavoro, di formazione e di ambiente e che li mettano in condizione di affrontare con consapevole speranza le sfide che una società in rapido mutamento pone loro.

Rifuggono invece dagli slogan consumati come dalle sterili dichiarazioni d’intenti, dai discorsi esoterici come dalle vacue formule vergate in politichese antico.

Insomma, le giovani generazioni sono molto meglio dell’immagine stereotipata che ne abbiamo. E sapranno riavvicinarsi alla politica quando quest’ultima saprà offrire loro proposte concrete, uomini con la faccia pulita che mettano la propria esperienza al servizio dell’Altro con progetti chiari e realizzabili, capaci di promuovere prospettive di vita oneste e dignitose.



tag:  giovani   politica   partiti   ong   elezioni  


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#6 da Gianluca Cacioli, inviato il 31/3/2010
Credo che in verità e' questa politica che vuole sempre piu' lontano i giovani, dalla partecipazione attiva.
E' una società dove il gene della politica,dell'universita', della ricerca e delle professioni,si tramandino da padre in figlio,tenendo sempre piu' fuori i giovani (con molte capacita)' da questo sistema sempre piu'obsoleto, con coseguenza di una stagnazione nello sviluppo della societa' italiana.
Mancano ormai veri maestri che sappiano insegnare e ai quali ispirarsi, ormai assenti in tutti i settori dalla politica alle professioni.
Siamo ormai circondati da venditori di fumo e incompetenti, specie in molti settori dove le capacita' e la meritrocazia e' importante per la vita di molte persone, ma questo sembra non interessare e si precipita sempre più nella mediocrità.

#5 da Joele Sapienza, inviato il 29/3/2010
Da 'giovane' posso dire che il modello dipinto in questo sondaggio rispecchia solo una parte della gioventù di oggi. quella che prevale, purtroppo, è un'altra: i giovani di oggi sono un po' abbandonati. non si rispecchiano nella politica perchè se ne disinteressano, e questo perchè ormai si disinteressano di tutto. I giovani attivi, i giovani 2.0 sono la nostra vera risorsa, e qui in italia ce ne sono. ma non sono la maggioranza, tutt'altro. La maggioranza è una generazione che ha perso quasi tutto.

#4 da NO.SUDDITO, inviato il 27/3/2010
non solo i "giovani fra i 16-18 e i 25-27 anni, o qualche anziano laureato negli anni '80, anche molti ultra-sessantenni, si sono distanziati dalla politica tradizionale, per dedicarsi ad altre forme di partecipazione; senza trascurare una parte che ha deciso di fare "l'italiano residente all'estero" per tornare in Italia da turista e non da suddito. Per approfondimenti, vedere il libro "IL TORDO INGORDO - Editrice UNI-Service".

#3 da Michele Amurri, inviato il 27/3/2010
Aggiungo anche che, a mio modesto avviso, appartenendo a tale generazione (ho 24 anni), rilevo anche un altro dato: ci sarebbero molti ragazzi e ragazze di BUONA volontà che, se solo esistesse una compagine politica realmente rappresentativa di un vero spirito di servizio (perchè la politica, quella vera, in fondo è il più alto dei servizi che si può rendere alla collettività), sarebbero PIU' CHE CONTENTI di impegnarsi concretamente e attivamente sulla scena politica. Il problema è proprio l'attuale assetto partitocratico. Esso rende il sistema politico un insieme chiuso, o meglio, a permeabilità ridotta: può e riesce a entrare soltanto chi si rassegna in partenza all'idea di doversi adeguare ai meccanismi clientelari (e non solo quelli, purtroppo) in uso. Il fatto che a noi elettori non sia neanche più permesso esprimere delle preferenze elettorali in scheda attribuisce alle segreterie di partito un potere ENORME, che instaura come un circolo vizioso senza fine che, purtroppo, i Media non aiutano a rompere (anzi!). Pertanto penso che una 'svolta' a questo punto possa provenire solamente da una presa di coscienza COLLETTIVA, che porti come frutto un rinnovamento del senso stesso della nostra Democrazia. Come tutti i processi endotermici però, anche quì c'è bisogno di una buona dose di energia iniziale (un impulso associativo forte) per innescare il processo superando la barriera di potenziale (l'ostruzionismo partitocratico). Penso e spero che Italia Futura possa dare il suo contributo in tal senso!

#2 da Flavio Rossini, inviato il 26/3/2010
Concordo on l'intervento di Alessandro e aggiungo: se è vero che il web 2.0 avvicina la generazione Y al dibattito e stimola l'interesse alla cosa pubblica le genereazione più "attempate" che nei paesi occidentali e soprattutto in Italia sono la maggioranza della popolazione, ne è quasi completamente tagliata fuori. Un digital divide demografico più che geografico come si intende far apparire. Questo già adesso produce conseguenze poichè la fascia esclusa dalle nuove tecnologie succitata, cioè quella più in là con gli anni, si sente ghettizzata rispetto ad una nuova forma di partecipazione collettiva. Di sicuro l'effetto, demograficamente parlando, è solo temporaneo, ma visto che l'uomo vive nel presente, oggi crea una forma di esclusione che non è molto producente alla sempre molto invocata pace e tranquillità della nostra società. Forse rendere la nuove teconolgie più user friendly e di facile utlizzo, senza per questo tralasciare a parte diciamo educativa (le cose difficili stimolano l'acume e l'intelligenza e questo non può che essere un bene) potrebbero avicinare queste fascie di popolazione ad un nuovo modo di coinvolgimento nel dibattito pubblico. Senza poi dimenticare che quello che capita oggi agli altri domani può accadere a te...

#1 da Alessandro Garibbo, inviato il 26/3/2010
A dire il vero, c'e' anche qualche "vecchietto" che la pensa proprio cosi' ... La politica tradizionale sta scoprendo solo oggi il grande potere del web 2.0. Quello che noi, ingegneri laureati alla fine degli anni '80, abbiamo visto nascere. Abbiamo fatto nascere ... :-)



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