Non chiudiamo le frontiere alle opportunità
Immigrazione e lavoro
di
Pietro Reichlin ,
pubblicato il 24 marzo 2010
Gli immigrati nel mondo sono circa il 3% della popolazione, circa 180 milioni di persone.
Secondo i dati 2006 delle Nazioni Unite, i paesi sviluppati con una maggiore percentuale di immigrati sul totale della popolazione sono il Canada, con circa il 20%, gli USA, con il 13%, la Germania, con il 12,5%, e la Spagna con il 12%. Il 6% dell’Italia è dunque un dato relativamente modesto, anche se in rapida crescita.
I differenziali salariali tra i paesi di origine e di destinazione sono un incentivo rilevante per la decisione di emigrare. Altri elementi importanti sono le opportunità d’impiego, i cambiamenti demografici e le carenze dei paesi di origine (mercati assicurativi, sistemi di assicurazione sociale, istituzioni formative e servizi pubblici).
Per quanto riguarda i cambiamenti demografici, tra il 2000 e il 2050, la popolazione europea si dovrebbe ridurre di circa 82 milioni di individui, mentre la popolazione dei paesi in via di sviluppo di Africa e Asia dovrebbe aumentare di circa 3 miliardi di persone.
Il processo di invecchiamento della popolazione e la diminuzione dei tassi di fertilità sono inoltre fenomeni comuni alla gran parte dei paesi sviluppati ed in via di sviluppo. Secondo le stime dell’OCSE, in Italia nel 2050 circa 7 persone su 10 non avranno più l’età per lavorare.
Ciò significa che i flussi migratori possono portare benefici economici sostanziali per tutti. Lo scambio e la riallocazione dei fattori non è un gioco a somma zero. Uno studio della Banca Mondiale stima che, se i paesi ricchi consentissero di aumentare la propria forza lavoro del 3% mediante afflusso di immigrati dai paesi poveri, il beneficio per questi ultimi sarebbe di circa 300 miliardi di dollari ed il beneficio per i paesi ricchi di 51 miliardi.
La prospettiva di guadagnare 351 miliardi di dollari non è un argomento sufficientemente convincente per l’adozione di una politica di maggiore liberalizzazione degli ingressi? Stando alle valutazioni dette, e trascurando le implicazioni sociali legate alle difficoltà di integrazione, una risposta possibile è che il vantaggio per i paesi ricchi sarebbe relativamente limitato. Un aumento del 3% della forza lavoro in questi paesi compenserebbe i cittadini di 51 miliardi di dollari. La cifra non è trascurabile, ma rappresenta solo lo 0,15% del PIL dei paesi ricchi. Questo beneficio potrebbe avvantaggiare solo alcuni soggetti, tipicamente le imprese, e svantaggiare altri, cioè i lavoratori residenti che, in termini di qualifiche e specializzazione produttiva, sono più simili ai nuovi immigrati.
Tuttavia, sappiamo che queste valutazioni non tengono conto dei benefici di medio-lungo termine che derivano dalla riallocazione del capitale, dai cambiamenti nella struttura produttiva, dall’incremento del capitale umano e dalle economie di scala provocati dall’afflusso di immigrati. L’economia europea dunque potrebbe essere avvantaggiata anche a causa del calo demografico e dell’invecchiamento della popolazione, che rendono difficilmente sostenibili i sistemi di previdenza pubblica. In ogni caso, le tendenze demografiche mondiali rendono il fenomeno migratorio di fatto inevitabile.
La fuga dei cervelli colpisce oggi sia i paesi in via di sviluppo che i paesi sviluppati. Tutti sono impegnati in una gara per l’acquisizione di lavoratori qualificati sul mercato mondiale. I giovani che escono dalle migliori università del mondo sono sempre più mobili e disponibili a trasferirsi dove trovano le migliori opportunità di lavoro. Non si può dire che l’Italia sia nelle condizioni migliori per attirare i talenti sul mercato. Il nostro mercato del lavoro, il sistema universitario e le istituzioni di ricerca sono chiusi, basati su regole rigide, poco adatte all’inserimento di personale esterno e alla remunerazione dei talenti. Sorprende che l’Italia, e molti paesi dell’Europa continentale, non abbiano introdotto politiche di ammissione selettive basate sui livelli di istruzione dei lavoratori stranieri. I paesi anglosassoni, che hanno da tempo adottato tali politiche, sono i luoghi di destinazione della maggior parte dei lavoratori qualificati che si offrono sul mercato internazionale.
E’ possibile che la gara per l’acquisizione dei lavoratori qualificati possa limitare le opportunità di sviluppo dei paesi più poveri? Non è facile rispondere a questa domanda, ma appare evidente che l’opzione di emigrare verso paesi più ricchi possa essere un incentivo alla formazione del capitale umano nei paesi di origine e che le comunità di emigrati siano in grado di trasferire in patria conoscenze e talento imprenditoriale. Alcuni economisti hanno proposto una tassa sui redditi dei lavoratori immigrati più qualificati per contribuire allo sviluppo dei paesi di origine. Altri hanno proposto il rafforzamento dei permessi di soggiorno a tempo limitato, per incoraggiare il ritorno degli emigranti. Pochi ritengono che sia efficace chiudere le frontiere.
Pietro Reichlin è Professore di Economia presso il Dipartimento di Scienze Economiche e Aziendali alla Luiss Guido Carli di Roma