Mondo Futuro
Serve un piano Usa per il Medio oriente
di Thomas L. Friedman
pubblicato il 18 marzo 2010

Sotto al recente scontro tra gli Stati Uniti e Israele sull’annuncio da parte dello Stato ebraico della costruzione di nuove abitazioni a Gerusalemme Est si cela il problema reale - che è più profondo: ci sono oggi cinque attori chiave nell’equazione israelo-palestinese. Due di essi - il primo ministro palestinese Salam Fayyad da una parte e l’alleanza tra Iran, Hamas e Hezbollah dall’altra - hanno già una strategia ben definita. Sono praticamente opposte, ma una tra le due detterà le relazioni tra Israele e Palestina nei prossimi anni; e ci stiamo avvicinando al loro confronto finale. Spero che vinca la linea Fayyad. Sarebbe un bene per Israele, gli Stati Uniti e i paesi arabi moderati. Ma questi tre attori hanno bisogno anche loro di una chiara strategia perché possa succedere.
Fayyad è la novità più interessante sulla scena politica araba. Già economista alla Banca Mondiale, sta perseguendo la strategia contraria a quella di Yasser Arafat. Arafat scelse a suo tempo un misto di violenza e politica; il suo piano era quello di conquistare prima il riconoscimento internazionale per lo Stato palestinese e successivamente costruirne le istituzioni. Fayyad sta spingendo per il contrario - la lotta non violenta e lo sviluppo sia di istituzioni improntate alla trasparenza e immuni alla corruzione che di un corpo di polizia e unità paramilitari efficienti - di cui persino Israele ha dichiarato che stanno facendo un buon lavoro. E soltanto dopo, quando funzioneranno a regime, vuole istituire uno Stato palestinese in Cisgiordania entro il 2011.
Il piano di Fayyad - e del suo leader, il Presidente Mahmoud Abbas - sta acquistando forza e consensi ed è “direttamente in conflitto con il network della resistenza: Iran, Hezbollah e Hamas”, ha dichiarato Gidi Grunstein, presidente del Reut Institute, uno dei principali centro studi politici israeliani.
La strategia dell’Iran, continua Grinstein, è semplice: annientare Israele attraverso una combinazione di offensive militari asimmetriche - la guerra di Hezbollah dal sud-Libano e quella di Hamas dalla striscia di Gaza; la costante delegittimazione dello Stato ebraico, accusandolo di crimini di guerra quando combatte contro Hamas e Hezbollah, che si annidano tra i civili per portare i loro attacchi; la polarizzazione religiosa del conflitto, trasformandolo in una guerra tra musulmani ed ebrei e concentrandosi, nella propaganda, su alcuni simboli come Gerusalemme; e, infine, spingendo Israele ad un processo di “dilatazione imperiale”, auspicando cioe’ che continui ad occupare la Cisgiordania (dove vivono 2 milioni e mezzo di palestinesi) fino allo sfinimento, l’Iran e i suoi alleati ritengono che ciò possa portare all’ “implosione” di Israele.
Per quest’ultimo motivo il fayyadismo, che all’occupazione di Tsahal della Cisgiordania vuole sostituire uno Stato autonomo palestinese, è oggi la minaccia più concreta al disegno dell’Iran. La “mossa” più opportuna per le tre altri parti in causa (Israele, Usa e i paesi arabi moderati) sarebbe ora quella di concordare una strategia comune per sostenere il fayyadismo. Se solo…
E’ dal 1967, quando Israele ha occupato la Cisgiordania, che gli israeliani sono di fronte allo stesso dilemma: vogliono uno Stato ebraico, uno Stato democratico e uno Stato che copra tutta la terra di Israele (Israele politico più la Cisgiordania)? In questo mondo possono avere solo due di questi tre elementi. Israele può essere sia ebraico che democratico - ma non mantenendosi in Cisgiordania, perché la somma degli abitanti palestinesi e arabi di nazionalità israeliana sarà inesorabilmente superiore nei territori a quella degli ebrei. Può essere ebraico e tenersi la Cisgiordania ma non sarà democratico: gli arabi saranno la maggioranza. Può infine essere democratico rimanere in Cisgiordania, ma a quel punto non sarebbe più ebraico.
Sono convinto che il primo ministro Bibi Netanyahu è cosciente di tutto ciò, è per questo che ha accettato il principio di una soluzione a due Stati. Ma il suo governo è un misto impossibile di moderati del Partito Laburista e di integralisti religiosi e nazionalisti che credono invece Israele non debba scegliere due delle tre opzioni già citate ma possa perseguire tutte e tre, arroccandosi sulle sue posizioni.
Il risultato è che il governo di Bibi non può ignorare gli Stati Uniti e Fayyad ma non può nemmeno essere di grande aiuto, schierandosi chiaramente. L’editorialista Nahum Barnea del quotidiano israeliano Yediot Ahronot ha paragonato Netanyahu “a uno di quei guidatori anzianotti che occupano due corsie per timore di sbagliare, facendo impazzire gli automobilisti che gli seguono e causando incidenti. Quando mette la freccia a sinistra, gira a destra. Quando mette la freccia a destra, tira dritto.”
Alla maggior parte dei paesi arabi alleati degli Stati Uniti mancano coraggio e visione, spetta dunque all’equipe di Obama il compito di sostenere il fayyadismo, un grande progetto che si scontrera’ contro un ancor pi’u’ grande ostacolo strutturale. Nel 2006 e 2007, il sistema politico palestinese si è fratturato tra la striscia di Gaza - controllata da Hamas - e la Cisgiordania - controllata dal Fatah, i cui leader sono Abbas e Fayyad. Al Parlamento palestinese potrebbe mancare sia l’unita’ che la legittimita’ necessarie all’approvazione di un accordo con Israele. E’ per questo motivo che gli Stati Uniti dovranno trovare il modo per sostenere la nascita di uno Stato palestinese in Cisgiordania, a fianco d Israele. Dovra’ essere un percorso progressivo, con una prima fase in cui si crea uno Stato palestinese con “confini provvisori” – praticamente tutta la Cisgiordania, escluse gli insediamenti israeliani; e una seconda fase in cui verranno affrontate le questioni dei profughi, di Gerusalemme e dei confini definitivi.
Il Presidente Obama ha fatto bene, benissimo, a fare la voce grossa con Israele a proposito dei nuovi insediamenti, la cui costruzione mette a rischio le opportunita’ attuali di riavviare il processo di pace. Ma all’inquilino della Casa bianca serve anche una strategia per sfruttare queste opportunita’ – e per ora il suo team di politica estera non sembra averne una. Se dobbiamo brogliarci con Israele – o, meglio ancora, collaborarci – facciamolo nell’ambito di un grande piano statunitense per un Medio Oriente piu’ stabile.
Copyright The New York Times. 16 marzo 2010.