Mondo Futuro

In Francia il primo partito è quello degli astenuti

di Marco Gervasoni

pubblicato il 16 marzo 2010
immagine documento I risultati del primo turno delle regionali francesi fanno giustizia di tante affrettate analisi. Sulla fine dei socialisti, ad esempio, dati per spacciati alle Europee dello scorso anno e ora altrettanto enfaticamente definiti “primo partito”. E più ancora sulla "rupture" epocale rappresentata da Sarkozy. Fino a poco tempo fa il presidente francese era il modello per il futuro, come Obama lo scorso anno; ma ora entrambi appaiono anatre, se non zoppe, un po’ incespicanti. Per non passare da un estremo all’altro, occorre perciò fissare alcuni punti fermi, tenendo conto della storia della Quinta Repubblica.

Prima di tutto, meglio attendere il secondo turno, che in molti casi ha rovesciato i risultati del primo. Poi, bisogna dire che il crollo alle Europee del Ps e il suo seguente trionfo alla regionali si sono verificati numerose volte negli ultimi trent’anni, senza che questo preludesse a una vittoria nazionale e tanto meno presidenziale. Quello socialista si è semmai confermato il partito più strutturato nel territorio, assai più della destra. Di nuovo c’è la forte volatilità dell’elettorato e l’esaurirsi di un “nocciolo duro” della gauche ancora vivo invece negli anni Novanta: ora l’elettore “di sinistra” può votare i verdi alle europee, i socialisti alle regionali e municipali, e magari Sarkozy alle presidenziali.

Al momento, infatti, nonostante l’appannamento di Sarko’, a sinistra non c’è alcun leader capace di affrontare con qualche speranza la sfida presidenziale. Se Sarkozy non è finito, appare tuttavia sempre più assomigliare all’odiato Chirac. Il suo decisionismo e il suo carisma si sono rivelati miglior strumenti per vincere le elezioni che per governare. La sua Francia politica appare infatti assai simile alla poltiglia anni Novanta, con un'estrema destra - data troppo frettolosamente per morta - al 12% e un'estrema sinistra di altrettante dimensioni, di cui un 4% di trotskysti. Un mix che se si dovesse riprodurre alle presidenziali, come ai tempi di Chirac, porterebbe alla quasi certa sconfitta della sinistra e alla vittoria di Pirro della destra.

Nella storia però non si torna mai indietro, e quindi c’è da chiedersi quanto la “nuova politica” di Sarkozy - e di Berlusconi, e di Obama - sia capace di incidere sulla società e se le troppe promesse di campagne elettorali “turbo”, fatte di messaggi “epocali”, non finiscano per lasciare sul campo più delusione e irritazione che non riforme.

C’è poi il partito maggioritario: quello degli astenuti. In Francia dagli anni Ottanta è sempre stato forte ed è andato crescendo: solo nelle ultime presidenziali Sarkozy l’aveva in larga parte portato a sé. Ma non è stato in grado di conservarlo per farne il perno del suo progetto che, nei momenti più felici, ambiva ad andare al di là della destra e della sinistra. Sbaglierebbe infine chi volesse trarre lezioni per l’Italia e per le prossime regionali: molti si attendono e auspicano un forte astensionismo, che tuttavia difficilmente sarà delle dimensioni francesi.

La prosaica Martine Aubry potrebbe invece essere da esempio per Bersani: anche lei in fondo ha preso in mano un Ps moribondo riattivando un discorso “tradizionalista” rispetto al “partito liquido” di Ségolène Royal. Ma il Ps era in migliore salute del Pd, se non altro perché dotato nel bene e nel male di un'identità definita, quella socialista. Se Bersani può comunque guardare oltralpe, nessun insegnamento può invece trarre Berlusconi dalla sconfitta di Sarkozy. L’alleanza Pdl-Lega infatti non deve temere un bacino del 10% di estrema destra. Ma - quel che più conta - il berlusconismo e il leghismo sono più radicati nel paese di quanto non sia il sarkozysmo in Francia.


Marco Gervasoni è professore di Storia contemporanea all’Università degli Studi del Molise.

tag:  parti socialiste   martine aubry   nicolas sarkozy   elezioni regionali   front national  


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