di Jacopo IacoboniPer Palmiro Togliatti non andare alle urne era "un vizio da piccolo borghesi". E quando Bettino Craxi nel '91 rivolse il celebre appello anti-referendario "andate al mare", la scelta astensionista fu connotata - anche lessicalmente - con le stigmate del disimpegno fru fru. Oggi no, tutto è diverso. Oggi si astengono trentenni colti, motivati, non di rado benestanti. Ma vagheggia l'astensione - e ne parla al cliente - anche la proprietaria del bar, la commessa, la piccola partita iva. L'astensione, che un tempo si credeva mirata solo a far male a sinistra, appare uno spettro trasversale, e popolare. E' diventata un argomento di dibattito fuori dai salotti disillusi.
"Io penso che sì, mai come oggi l'astensione può rappresentare una precisa opzione politica, un'opzione non demonizzabile", analizza Marco Tarchi, scienziato della politica a Firenze, da sempre privo di dogmatismi su questa materia spesso offuscata dal politically correct. Astenersi è sempre un male? "Naturalmente per ottenere un effetto significativo l'astensione dovrebbe superare un livello di guardia psicologico, raggiungere, diciamo, un terzo dell'elettorato. Se avessimo un risultato del 65% di votanti, o anche qualcosa in meno, ecco, credo che le leadership dei due blocchi dovrebbero cominciare a interrogarsi".
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