La notizia di ieri è che in Francia, dove si è votato per le elezioni regionali, l’affluenza alle urne è calata di dieci punti rispetto a quattro anni fa. Più della metà dei francesi ha scelto di non votare. È una buona notizia? Certamente no. Eppure è il segno che in tutte le democrazie sviluppate gli elettori utilizzano anche il non voto come forma consapevole di espressione democratica, soprattutto laddove l’offerta politica tende a farsi deludente e ripetitiva. Tutto il contrario del qualunquismo, dunque, come abbiamo scritto nel post pubblicato giovedì scorso che ha generato un dibattito molto vivace sia
sulla stampa sia
su questo sito.
È allora utile rispondere ad alcune delle obiezioni sollevate. Vogliamo però premettere che la nostra posizione a favore di un’astensione motivata o, come
ha scritto Michele Ainis, a favore di una vera e propria obiezione di coscienza rispetto all’esercizio del diritto di voto nell’attuale contesto politico, si è rafforzata dopo aver osservato i fatti degli ultimi giorni.
Il nostro cinepanettone si è infatti arricchito di scene già viste e sta seguendo fedelmente la trama che tutti conosciamo. Pdl e Pd hanno imboccato la strada della militarizzazione dei propri elettorati invocando rispettivamente il rischio di golpe e di regime, potendo contare ancora una volta sul supporto offerto da intercettazioni telefoniche finite ancora una volta a tempo di record sui giornali.
Ma torniamo alle obiezioni sollevate alla nostra posizione, che possono essere sostanzialmente ricondotte a tre tipologie. La prima: la diagnosi (il cinepanettone) è corretta ma la sola protesta non basta. Non andando a votare si rischia di avvantaggiare la “casta”. La seconda: nonostante la generale disaffezione verso i partiti, rimangono differenze profonde in termini di qualità e capacità dei candidati. La terza: in un paese che ha vissuto nella sua storia recente la dittatura fascista, l’esercizio del diritto di voto ha un valore talmente sacro da non poter essere intaccato da nessun’altra considerazione che nasca dalla contingenza politica.
Per rispondere alla prima obiezione proviamo a riflettere sugli eventuali esiti di un massiccio aumento dell’astensione e delle schede bianche. Chi scrive ritiene che uno scenario del genere metterebbe in crisi l’immobilismo che ha ormai congelato l’offerta politica dei due schieramenti, rafforzando il rifiuto di uno scontro ormai sterile che paralizza il paese da troppi anni. Così come sarebbe il miglior aiuto ad una politica che volesse davvero rinnovarsi. Perché siamo convinti, forse ingenuamente, che il cambiamento possa provenire dal suo interno.
Il secondo argomento di chi respinge l’astensione, la differenza nella qualità dei candidati e nell’offerta politica dei due schieramenti, è più impegnativo. Anche noi siamo convinti che le differenze esistano, nei programmi e nei curricula dei candidati, ma purtroppo ciò non può cambiare il copione e il finale di questo brutto film. Al di là della credibilità dei singoli esiste infatti in Italia un sistema fatto più o meno da centomila persone che sopravvivono solo grazie ai privilegi garantiti da una rendita di posizione politica.
Dobbiamo pensare a questo sistema come ad un'azienda inefficiente, senza eguali in Italia per potere e dimensione, che da tanti anni non è più responsabile di fronte agli azionisti-elettori del proprio operato e dell’utilizzo delle risorse pubbliche . La “Politica spa” continua a prosperare perché è riuscita ad erigere solide barriere contro l'ingresso di potenziali concorrenti (varando leggi elettorali “ad castam” ed esercitando un controllo ferreo sul sistema televisivo) e allo stesso tempo ha trovato uno straordinario messaggio di marketing capace di farla continuare a piazzare sul mercato la sua offerta scadente. Quel messaggio di marketing si regge sulla sopravvivenza di una contrapposizione ideologica che in tutti gli altri paesi occidentali è stata sepolta da almeno vent’anni e che rappresenta il vero meccanismo da sconfiggere. Una prova della forza di questa dinamica l’abbiamo nel Lazio, dove le due candidate che si presentavano come “indipendenti” rispetto ai due partiti principali si sono rapidamente adeguate, nel linguaggio e nelle posizioni, al solito vecchio copione.
E ancora, pensiamo ai due temi simbolo di questo scontro quindicennale: giustizia e conflitto di interessi. Domandiamoci perché destra e sinistra non hanno varato una riforma di queste due materie quando sono stati al governo. Noi riteniamo che il fatto di lasciare irrisolte queste questioni rappresenta la migliore garanzia per poterle usare al fine di mobilitare un elettorato stanco e deluso, e anche per questo l'astensione può essere lo strumento capace di rompere lo schema.
L’accusa di “Aventinismo” è collegata al terzo insieme di obiezioni che la nostra presa di posizione ha sollevato. Siamo naturalmente i primi ad onorare il ricordo di coloro che diedero la vita per garantire agli italiani il libero esercizio di voto ed è doloroso essere spinti a sostenere che l’astensione (o la scheda bianca) possano essere un mezzo per ripristinare il rapporto tra politica e cittadini. Riteniamo tuttavia che un’astensione costruttiva e motivata, che scaturisca dalla richiesta del ritorno di una politica alta e forte, sia profondamente in sintonia con lo spirito originario della nostra democrazia e della nostra Costituzione.
Infine la politica. Il dibattito di questi giorni ha visto il silenzio pressoché unanime dei partiti politici anche dinanzi ai dati del sondaggio SWG che mostra come il 51% dell’elettorato più giovane consideri giusto astenersi. Persino dinanzi alla delusione e al senso di tradimento degli elettori più giovani, quelli sui quali qualsiasi paese deve investire per costruire il proprio futuro, la politica sceglie di bendarsi gli occhi. È certamente la prova più eclatante di come sia proprio questa politica ad essersi ritirata sull’Aventino.
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