di Stefano FolliSiamo piombati nel pieno della campagna elettorale. S'intende, nel modo peggiore possibile. L'idea che nelle prossime settimane il confronto politico si svolga, con tutta l'asprezza possibile, interno al ridicolo "pasticcio" delle liste e alle sue conseguenze è piuttosto scorante. Si dirà che l'opposizione non ha dimostrato "fair play" verso le disavventure del centrodestra, ed è anche vero. Ma non si può negare che susciti qualche perplessità l'immagine di un presidente del Consiglio che scende in campo in prima persona contro i magistrati e l'ufficio elettorale di Roma per rivendicare un diritto compromesso non da oscuri complotti, ma da errori unilaterali (negati) ed evidenti inadempienze.
Si era detto nei giorni scorsi che il "pasticcio" andava risolto facendo ricorso al buon senso. In fondo il Quirinale, nel momento in cui ha firmato, non senza sofferenza, un discutibile decreto interpretativo visto come il male minore, si è appellato proprio al buon senso.
Sarebbe stato meglio, a quel punto, che anche il premier restasse fedele allo stesso principio. Tanto più che il caso realmente grave per i suoi effetti (il rigetto delle liste in Lombardia) era stato sanato grazie al decreto.
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