E se gli italiani smettessero di comprare il biglietto?
In uscita l'ennesimo "cinepanettone"
di
Carlo Calenda e Andrea Romano ,
pubblicato il 11 marzo 2010
Ciak, motore, azione! La politica italiana somiglia ogni giorno di più ad un cinepanettone. Il format è sempre uguale, gli attori sono gli stessi, le battute anche, ma il pubblico continua a comprare il biglietto. In qualche modo la ripetitività dell’insieme rappresenta un punto fermo, un antidoto contro tutte le allarmanti sollecitazioni che arrivano dalla vita reale.
Da qui alle elezioni regionali assisteremo al seguente copione: a) Il Pdl griderà al complotto comunista (e delle élite) che mira a defraudare gli italiani del loro sacrosanto diritto di votare mettendo a rischio la democrazia; b) il Pd lancerà un severo monito sulle regole ignorate che mettono a rischio la democrazia; c) Idv griderà al golpe che ha già cancellato la democrazia; d) l’UDC richiamerà tutti al senso di responsabilità, la democrazia è forse a rischio ma occorre abbassare i toni; e) La Lega avanzerà silenziosa, la democrazia non è più in pericolo perché l’indipendenza della Padania è finalmente dietro l’angolo.
Ognuno recita coscienziosamente la propria parte di un’unica commedia. Questo ovviamente non vuol dire che tutti i candidati siano uguali. Ma certamente sono pezzi di un meccanismo che da anni rende impossibile l’assunzione di scelte di fondo per il futuro del nostro paese. Tutto ciò mentre la qualità delle liste raggiunge livelli mai visti, il confronto sui programmi evapora e delle cose da fare non c’è più traccia nel dibattito politico. Intanto i protagonisti di questa brutta commedia che viene replicata da un quindicennio si garantiscono un altro giro di giostra. Pur giudicando pessimo lo spettacolo, correremo tutti a vederlo. Non potrebbe essere altrimenti. Questo sistema ha trovato il modo di rendere difficilissimo qualunque ricambio o alternativa e l’unico elemento di sollievo diventa lo sforzo del Quirinale di garantire un terreno di correttezza istituzionale e di garanzia democratica. A parte questo, per restare alla nostra metafora, non ci sono altri film in cartellone.
Domandiamoci per un momento cosa accadrebbe se i cittadini, rimanendo sordi al richiamo della militarizzazione di parte, deludessero per una volta le aspettative e disertassero le urne. Un messaggio forte, persino ultimativo, che si manifesterebbe attraverso la decisione consapevole e legittima di non esercitare un diritto di scelta la cui efficacia è stata svilita.
L’astensione è generalmente considerata, a ragione, una manifestazione di qualunquismo. Oggi però c’è da chiedersi se esercitare ancora una volta il diritto di voto senza alcuna convinzione, per riprendere il giorno dopo la quotidiana lamentazione sul sistema politico nel suo complesso, non rappresenti l’espressione di un qualunquismo ancora peggiore.
E allora viene da pensare che se vi fosse una crescita dell’astensione e se aumentasse il numero degli italiani decisi ad esercitare il diritto individuale al non voto, ciò potrebbe rappresentare un impulso utile ad un auspicabile rinnovamento del copione. In questo caso sarebbe difficile biasimare gli astenuti, nei quali si potrebbe persino riconoscere, vista la qualità della crisi che abbiamo davanti, un sovrappiù di dignità civile. Perché in fondo siamo noi che, pagando puntualmente il biglietto, consentiamo a questo brutto spettacolo di andare ancora una volta in scena.