Mondo Futuro

Dopo le elezioni, nasce il nuovo Iraq?

Fabio Nicolucci

pubblicato il 10 marzo 2010
immagine documento Veder votare – come si è visto fare domenica in tutto l'Iraq – è sempre un bello spettacolo, che scalda il cuore e dà fiducia. La dà in Italia, dove il processo elettorale è (era?) garantito da una solida tradizione, figurarsi in un paese che un giornale panarabo del 1990 ritraeva così, in due vignette: nella prima, un elettore occidentale disegnato all'atto di infilare la scheda in un'urna con sopra la scritta “ le elezioni da loro...”, in una seconda, un elettore iracheno raffigurato nell'atto di infilare la scheda del plebiscito del 1990 nel cesso, con sopra la scritta “ ...e le elezioni da noi”. Ma che cosa ci dicono sull'Iraq le elezioni di domenica scorsa? Nasce o no il “nuovo Iraq”? La domanda è importante non solo per gli iracheni ma anche per noi europei.

La guerra in Iraq intrapresa da Bush nel 2003, e che oggi ha permesso queste elezioni, prometteva infatti la democrazia e un “nuovo” Iraq. Ha funzionato? Il fatto che l'Iraq sia “vivo”, sarebbe solo metà di quella promessa. Se infatti non nasce quello “nuovo”, quello “vivo” potrebbe non rimanerlo per lungo tempo. Thomas Friedman, a suo tempo favorevole all'intervento, afferma che “ha funzionato” e ne trae conferma delle sue opinioni. Noi siamo di altro avviso, e non perchè neghiamo la veridicità di queste elezioni, ma piuttosto perchè secondo noi la vera domanda è se “ne sia valsa la pena”, visti i morti e lo sconvolgimento sistemico prodotto dall'ascesa dell'Iran – a cui oggi qualcuno vorrebbe rispondere con un'altra guerra. Ma una risposta definitiva dipenderà molto, moltissimo, dal completo successo o meno dell' ”esperimento” iracheno. In ogni caso, la sinistra europea, se non vorrà trovarsi di nuovo irrilevante ed impotente come nel 2003, bene farebbe a cogliere questa occasione per cominciare a riflettere sui “non possumus” e su come offrire alternative a decrepiti ed ingiusti status quo.

Le elezioni sono andate abbastanza bene. Malgrado sia stata usata violenza terroristica per impedire la partecipazione al voto, essa è stata ridotta rispetto al passato, e ridotti sono stati i problemi alla partecipazione. Inoltre, l'uso strumentale del processo di de-baathificazione – ispirato dall'Iran per colpire i sunniti – non è riuscito a far deragliare le elezioni. Il risultato è stata una partecipazione al voto che registra tre fatti politici: la scelta dei sunniti di abbandonare le armi per la politica; la forte partecipazione dei curdi, e la crescente disaffezione al voto del resto dell'Iraq rispetto al 2005. Mentre infatti le province curde votano quasi al livello del record delle prime elezioni politiche del 2005, così non è per il resto del paese, anche se la partecipazione cresce rispetto al dato delle recenti provinciali del gennaio 2009. Dunque, queste elezioni ci dicono che l'Iraq è vivo, anche se non sciolgono il quesito se esso sia finalmente un paese “nuovo”, rispetto non tanto al periodo di Saddam – non rimpianto da nessuno, né in Iraq né fuori - quanto alla fotografia di un paese bloccato e spaccato lungo linee etnico-religiose uscita dalle elezioni del 2005. Non a caso a quelle elezioni seguì una sanguinosa e terribile guerra civile, cessata solo con l'inclusione politica dei sunniti e con una radicale revisione del processo di de-baathificazione, riscritto lungo quelle linee “togliattiane” – nel senso di amnistia per i fascisti del 1947 - che prima delle elezioni il comitato diretto da Chalabi ha di nuovo accantonato. Se dunque oggi As- Sharq Al-Ausat titola in arabo “prime indicazioni elettorali in Iraq: perdono i partiti religiosi”, ciò è solamente il segno di una tendenza già in atto nelle elezioni provinciali del 2009, che ha visto la sconfitta dei partiti al governo più che la vittoria degli sfidanti. E siccome i partiti al governo erano caratterizzati per lo più da identità settarie, i risultati solo in questo senso potevano essere interpretati come una sconfitta del settarismo etnico-religioso. Una tendenza così marcata da aver prodotto la barzelletta che essa aveva reso ricchi i barbieri del paese, vista la corsa dei candidati alle elezioni politiche a tagliarsi quella barba che era quasi obbligatoria nel 2005.

La questione vera è allora se tali identità settarie si stanno amalgamando in una comune identità nazionale o meno. Per quanto riguarda queste elezioni, dunque, più importante di sapere se arriverà primo il partito di Al-Maliki o quello di Allaui, lo sarà vedere da dove arriveranno i loro voti, se cioè Allaui avrà preso voti anche a sud di Baghdad oppure sarà stato “sunnizzato”, e viceversa per Al-Maliki. Questa indicazione, più che il numero di autobombe, ci dirà se l'Iraq è anche “nuovo” rispetto alla fragile confederazione settaria del 2005, oppure vive lo stesso Iraq ma solo con un tocco più nazionalistico e secolare.


Fabio Nicolucci è esperto di temi internazionali e Medio Oriente.


tag:  elezioni   iraq   guerra   bush  


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