di Chiara BrusiniGabriele ha 20 anni, è amministratore delegato e si è iscritto a Confindustria quando frequentava la seconda liceo. Selene, 27, ha fondato una Ong attiva il 130 Paesi e l'anno scorso è stata inserita dal World Economic Forum tra gli Young global leaders, giovani in grado di migliorare il futuro della società. Francesco, trentenne calabrese laureato a Trento, ha messo in piedi in provincia di Vibo Valentia una start up innovativa su cui hanno già scommesso due fondi di venture capital.
In Italia, dicono gli ultimi dati Istat-ministero del Lavoro, quasi una persona su due nella fascia d'età tra i 18 e i 39 anni continua a dormire nella cameretta dove faceva i compiti delle elementari. Stando alle rilevazioni dell'Eurostat, i giovani italiani salutano mamma e papà intorno ai 31 anni, mentre francesi e inglesi lasciano il nido a 24. E il fenomeno, più volte finito nel mirino di ministri di opposti schieramenti (dall'ex responsabile dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa all'attuale numero uno del dicastero per la Pa e l'innovazione, Renato Brunetta), non accenna a regredire: secondo l'Istat, tra il 2003 e il 2007 solo il 20% dei "bamboccioni" è uscito dalla casa di famiglia. I motivi? Nel 44% dei casi, chi non se ne vuole andare confessa che "sta bene così", perché "ha comunque la sua libertà".
Ma gran parte della spiegazione va cercata in ostacoli reali, cioè l'allungamento dei percorsi formativi e soprattutto ciò che viene dopo: qualche stage gratuito seguito da un lavoro precario che non permette di mantenersi.
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