Il nemico come demonio
La politica che non riconosce l’avversario
di
Marco Gervasoni ,
pubblicato il 4 marzo 2010
C’è una costante nella lotta politica in Italia: la demonizzazione dell’avversario. La sua trasformazione in nemico. La sua delegittimazione. Anzi, molto di più: appunto la demonizzazione, il dipingerlo come il male che solo per la sua esistenza minaccia non solo la mia parte politica, ma tutta la comunità.
Certo, molti classici della filosofia politica ci insegnano che è nell’essenza del politico la trasformazione dell’avversario in nemico. E se si guarda agli altri paesi, a cominciare dagli Usa, dove Obama per molti media conservatori è l’Anticristo, non è che la contesa sia sempre al fioretto. Però negli Usa, come negli altri paesi, la demonizzazione ha dei limiti precisi: un conto è che ad attaccare il Presidente siano blogger, un conto deputati o senatori, che devono il massimo rispetto all’istituzione. Appunto l’istituzione; negli altri paesi l’attacco all’avversario, spietato in campagna elettorale, alla fine viene limitato dal contrappeso delle istituzioni da un lato e dal senso di appartenenza ad una comunità nazionale dall’altro.
In Italia le une e le altre, si sa, sono storicamente deboli, e così chi vince le elezioni può continuare a dipingere nei tratti più cupi l’opposizione, mentre questa si rinfranca e si rafforza tanto più quanto più delegittima e demonizza il governo. La matrice originaria di tutto ciò, al netto del ventennio fascista e della guerra civile 1943-1945, è da cercarsi nel 1948 e nell’opposizione radicale comunismo/anticomunismo, che da noi ha pesato più che altrove.
Ma dopo il crollo del Muro di Berlino? Perché Berlusconi e il centro-sinistra hanno vissuto quasi un ventennio l’uno sull’anticomunismo e l’altro sull’antiberlusconismo? Certo perché i postcomunisti non hanno mai voluto e potuto rompere radicalmente con la loro identità. Ma forse ci sono cause più profonde: ad esempio il peso dei media. Più la lotta politica diventa un media event più i processi di demonizzazione si intensificano. Oppure il prestigio delle istituzioni: sempre più declinante negli anni, e quindi sempre meno capaci di porre freni. Sta di fatto che fare dell’avversario politico un nemico sarà anche esteticamente eccitante (del resto l’estetica della politica l’abbiamo inventata noi italiani all’inizio del ‘900) ma degrada l’ethos civile del paese, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.