Mondo Futuro
Il futuro si chiama BRIC's Italy
di Moris Gasparri
pubblicato il 2 marzo 2010

La sigla “BRIC”, inventata da Jim O’Neill di Goldman Sachs per descrivere l’emergere delle economie di Brasile, Russia, India e Cina, è destinata a segnare ancora il futuro del mondo, e, con esso, il futuro dell’Italia. Non è detto che il mondo dei prossimi decenni sarà post-americano. Di sicuro sarà
post-europeo. L’Italia, con i suoi problemi e le sue eterne transizioni, non sarà più nella testa dei grandi decisori globali, vecchi e nuovi, come elegantemente ricordato dal direttore di Foreign Policy Moises Naim nel forum organizzato qualche settimana fa dal Sole 24 Ore. Questo grande cambiamento dovrà trovarci preparati, senza catastrofismi o nostalgie del mondo passato. Perché se le altre realtà globali potranno ignorare l’Italia, noi non potremo ignorare loro. Provare per credere. La pubblicazione avvenuta qualche giorno fa dei dati dell’ISTAT relativi alla crisi dell’export italiano nel 2009 ha riaperto il dibattito sulle prospettive della nostra economia. Bene, in quasi tutte le analisi degli esperti apparse nella stampa italiana il pessimismo è stato mitigato dalla prospettiva salvifica dei mercati emergenti (non solo i paesi BRIC, ma anche quelli del Mediterraneo), presentati come opportunità per le nostre produzioni destinate all’esportazione, a fronte di un calo della domanda nei mercati tradizionali destinato a diventare strutturale.
Il messaggio è chiaro. Il nostro paese “sopravviverà” se saprà entrare in rapporto strategico e non occasionale con le potenze emergenti. Attenzione però, c’è il rischio di farla troppo facile. Non c’è nessun automatismo nel passaggio indicato dagli economisti. Non esistono schiere di indiani, cinesi e brasiliani pronti ad esclamare “Italia amore mio” solo perché Made in Italy è bello. Serve un salto di qualità strategico. L’Italia può “sopravvivere” nei nuovi scenari dell’economia globale solo se accetta la sfida di trasformarsi in BRIC’s Italy.
Cosa intendiamo con questa formula? Non un semplice slogan, bensì uno sforzo di elaborazione teorica in grado di orientare la pratica, a partire dai luoghi e dalle reti del sapere e della formazione. Per capire le tendenze dei nuovi consumatori e le opportunità di questi nuovi mercati avremo bisogno di conoscere quei mondi, le varie mentalità che agiscono nelle diverse modalità di fare business, i diversi codici culturali e istituzionali. Accanto agli aspetti economici serve quindi una vera e propria strategia culturale. Non possiamo infatti lasciare la sfida di BRIC’s Italy solo alla forza organizzata di qualche campione nazionale come Eni o Finmeccanica o al dinamismo solitario di qualche imprenditore lungimirante, come avvenuto fino ad oggi. Ecco perché gli agenti di questa trasformazione “globale” dell’Italia dovranno essere in maniera particolare le nuove generazioni, a partire dal ruolo formale e informale delle università. Il periodo di soggiorno all’estero sta diventando sempre più un elemento abituale del percorso formativo dei giovani italiani, solo che soggiorno all’estero vuole dire nella maggior parte dei casi Erasmus. Bene, nell’era dei voli low cost il senso dell’Erasmus è tramontato. Non c’è più bisogno di conoscere l’Europa negli anni dell’università, visto che si può farlo benissimo a partire dall’adolescenza. Bisogna passare oltre, ci sono altre “terre incognite” da scoprire, dalla Cina all’India, dal Brasile al Sudafrica. Il futuro è nel BRIC-smus. In questa prospettiva, spetterà dunque a questa nuova “diplomazia informale” il ruolo di condividere il patrimonio di relazioni e conoscenze accumulate nei soggiorni di studio o di lavoro nei paesi emergenti con il nostro sistema produttivo. Non solo, ma anche di utilizzarlo per orientare l’attenzione del nostro dibattito giornalistico e culturale verso queste realtà ancora poco conosciute e studiate in terra occidentale. Poi certo, si tratta anche di definire gli strumenti politici ed istituzionali di questo disegno strategico (a quando l’integrazione del Ministero degli Affari Esteri con quello del Commercio Estero, ora passato sotto la delega del Ministero dello Sviluppo Economico?), e di raccordare le attività di internazionalizzazione delle regioni con una programmazione centrale, come avvenuto nella recente missione del sistema-Italia in India. Ma l’importanza del passaggio sopra immaginato resta.
La conclusione è affidata ad una profezia. Difficilmente questo progetto entrerà nel calendario per le celebrazioni dell’unità d’Italia, anche se la cosa non sarebbe affatto fuori luogo. Per vedere nascere l’era di BRIC’s Italy dovremo forse attendere qualche anno. In quel tempo, ed ecco la profezia, le beghe dell’eterna transizione italiana saranno dimenticate ed i protagonisti che oggi fanno discutere e dividono la nostra opinione pubblica troveranno una sistemazione diversa. Sarà allora che Romano Prodi diventerà nella testa dei giovani italiani solo il nome delle borse di studio per il soggiorno nelle principali università o centri di ricerca cinesi, Bettino Craxi idem per quelle dei paesi della sponda sud del Mediterraneo e Silvio Berlusconi per quelle russe. Per questo e per gli altri motivi sopra elencati, lunga vita a BRIC’s Italy!
Moris Gasparri è nato a Jesi (An) nel 1984. E’ co-fondatore del think tank Lo Spazio della Politica. Scrive per Limes e Limesonline. Attualmente sta svolgendo un dottorato di ricerca presso l’Università Politecnica delle Marche, dove è impegnato in un progetto di studio sulle trasformazioni economiche dell’India.