Una recente sentenza del tribunale di Milano ha condannato Google, tre dirigenti in particolare, per violazione della privacy. Il tema è la pubblicazione da parte di un utente di un video con violenze su un ragazzo down. La reazione è stata immediata e a livello mondiale, trattandosi della prima sentenza con attribuzione penale ai gestori di servizi Internet e rappresenta un precedente dai potenziali effetti su tutto l’assetto della rete.
In attesa delle motivazioni della sentenza, cercheremo di ragionare sul senso generale dell'accaduto e sull'attuale, difficile, e difficile perché evidentemente inadeguata, legislazione sulla rete.
Facciamo allora un passo indietro. A settembre 2006 un utente italiano gira e pubblica su Google Video (di proprietà Google) un video con scene di bullismo su un ragazzo down. A novembre 2006 Google rimuove il video e collabora con la polizia per individuare i responsabili. Questi ultimi vengono successivamente condannati, sia l'utente autore del video, che i ragazzi presenti nel video che non sono intervenuti per impedire l'aggressione.
Successivamente la notizia fa il giro di siti e giornali, e l'associazione Vividown denuncia anche Google per l'accaduto per corresponsabilità. La questione finisce in tribunale.
Il tema è scottante, si rischia di semplificare o di fare latente riferimento all'editoria tradizionale, in cui l'editore e il direttore sono oggettivamente responsabili di quanto pubblicato.
Su Internet le cose non stanno esattamente così. Esistono anche gli editori, digitali, certo, ma nella stragrande maggioranza dei siti e servizi, si parla di utenti / editori. I blog, Google Video, Youtube, Facebook, Myspace, Twitter, Flickr, per citarne una manciata, messi insieme praticamente sono diventati Internet. I contenuti generati dagli utenti pervadono ampiamente tutta la rete e una sentenza su questi temi è di fatto una sentenza pressoché su tutta la rete.
Qual è quindi la responsabilità di chi gestisce questi servizi?
San Flaiano da Pescara ci viene in aiuto, ammonendoci di non cadere nella tentazione di fare esempi per non complicare le cose. Eviterò quindi di farne e citerò solo bislacchi contributi sul tema fioccati ovunque, tipo: "ma se compio un reato sul treno, perché arrestare i dirigenti delle Ferrovie?" - "cosa c'entra il postino se nelle lettere che consegna c'è istigazione a delinquere?" - "se dileggio un disabile per telefono, arrestano l'operatore telefonico?", tra le reazioni e commenti abbiamo scovato anche un contorto "ma se presto la mia macchina a qualcuno gratuitamente, purché si impegni ad andarci in giro con della pubblicità sulle portiere facendomi guadagnare.. e costui investe qualcuno, di chi è la responsabilità?", e così via complicando.
Nessuno di questi esempi infatti riflette esattamente il caso in questione, e la sentenza rischia di diffondere l’impressione - sbagliata - che a partire da questo precedente i fornitori di servizi sulla rete sono di fatto ritenuti responsabili sotto ogni aspetto per i contenuti inseriti dagli utenti.
La sentenza riservata ai dirigenti Google chiama in causa due distinti aspetti della legislazione. Da un lato il
Decreto Legislativo 70 del 2003 il quale stabilisce che i provider non sono responsabili dei contenuti degli utenti, a condizione che intervengano non appena a conoscenza di un fatto illecito (e così è stato nel caso in questione). Dall'altro il tema della
tutela della riservatezza disciplinato dall'apposita legge cosidetta sulla privacy.
Ed è proprio su una violazione della privacy che la sentenza giudica colpevoli e corresponsabili i dirigenti Google, assolvendoli al tempo stesso dalla corresponsabilità del fatto criminoso e deprecabile in sé.
C'è ora da chiedersi come sia possibile allo stesso tempo
assolvere secondo legge il gestore del servizio, rispetto al merito del video (l'atto criminoso, e la sua diffusione), e
condannarlo al tempo stesso invece rispetto alla forma (i soggetti ripresi non avevano dato assenso alla pubblicazione).
Google, come chiunque altro sulla rete, è tenuto a rispettare la legge sulla privacy e quindi tratterà i dati personali dei suoi utenti registrati con tutte le accortezze.
Ma se viene attribuita ai gestori di social network la responsabilità di
controllare preventivamente che gli utenti, nel pubblicare contenuti, abbiano a loro volta rispettato la privacy di altri soggetti filmati, ripresi o citati, allora stiamo non solo introducendo l'ircocervo di una responsabilità penale per interposta persona, ma stiamo contemporaneamente togliendo molta, troppa potenza al motore principale della rete: i social media stessi.
Sono questi nuovi strumenti, usati oramai da ognuno di noi, che hanno permesso in questi ultimi cinque anni di vedere rivoluzionata la rete e con questa proprio quella libertà di espressione non mediata di cui Cina, Iran - e San Flaiano ci protegga, non sia mai, forse anche l'Italia - pare abbiano tanta paura.
Il problema però, è ben altro (come sempre, del resto).
State leggendo una pagina Internet, siete forse navigatori abituali e comunque interessati alle reti sociali, e quindi viene quasi naturale analizzare la questione sotto l’aspetto digitale, tecnico, dei riflessi sulla Santa Innovazione, sul progresso ostacolato, come attentato alla libertà di espressione e manca solo il riscaldamento terrestre.
Tutte riflessioni comunque giuste, se non altro per mettere ordine per quanto possibile fra le carte ora sparigliate, in attesa di leggere sentenze, appelli e altre macchinose creazioni che ci siamo dati come esseri umani per tentare di dirigere il traffico dei rapporti fra simili.
Un ragazzo down dentro una scuola viene deriso e picchiato da un compagno mentre altri stanno a guardare. Resta quindi l’aspetto umano della questione, che poco attiene alle leggi, regolamenti attuativi e norme concatenate. Nessuna direttiva Europea può stabilire i giusti livelli di compassione, educazione e civiltà, come fa con la misura standard delle banane. Dove non può il grigio burocrate, forse dovrebbe la scuola.
C’è allora qualcosa di anomalo proprio nella scuola? Forse nell’era della tecnica la scuola ha perso di vista le funzioni primarie, quelle per cui si chiama sistema educativo, si immagina per la vita, che dovrebbe allevare le nuove generazioni nella convinzione di non doversi solo misurare con gli altri esclusivamente sul piano della competizione e delle prestazioni. Senza scomodare principi cristiani, pure parte oramai del nostro patrimonio genetico, alle tre I del Presidente (Internet, Impresa e Inglese), dovremmo aggiungere, anzi premettere, almeno la I di Italianità, quella che inventando cose tipo Stilnovo, Amor cortese e Rinascimento ha rinnovato qualche secolo fa le basi del vivere civile, bagagli più che mai indispensabili oggi per districarsi fra le mangrovie della vita moderna.
Il tema della scuola è da alcuni mesi una delle campagne di Italiafutura. Da qui, più che dalla comunque necessaria legislazione per Internet, siamo convinti che possano ripartire i maggiori impulsi per l’Italia, appunto, futura.
Emanuele Fini è fondatore e amministratore DOL, consulenza per i nuovi media e IlCannocchiale, social network per l’informazione.Da leggere:Decreto Legislativo 9 aprile 2003, n. 70
Attuazione della direttiva 2000/31/CE relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell'informazione nel mercato interno, con particolare riferimento al commercio elettronicoSocial network: attenzione agli effetti collaterali
Scheda informativa del garante sulla privacy, riguardo all’uso dei social network
La reazione ufficiale di Google Inc (in inglese), per voce di Matt Sucherman, Vice President and Deputy General Counsel - Europe, Middle East and Africa.