Mondo Futuro

Contrasti in nome di Allah nella multietnica Malaysia

di Emanuele Schibotto

pubblicato il 24 febbraio 2010
immagine documento L’estremismo religioso sta montando in Malaysia, Paese musulmano ammirato dalla Comunità internazionale sia per il suo carattere multietnico che per la grande tolleranza religiosa. Si tratta di una confederazione di 13 Stati dove convivono malesi, i quali praticano la fede musulmana e costituiscono il 60% della popolazione, assieme a nutrite minoranze cinesi ed indiane, di fede cristiana, buddhista e hindu. Furono gli inglesi, durante il loro dominio coloniale, ad importare nel Paese lavoratori indiani per l’industria dell’olio di palma e della gomma nonché ad attrarre moltitudini di cinesi, attivi nelle miniere e nei porti.

Un Paese musulmano dove la Costituzione (art. 3) stabilisce che “l’Islam è la religione della Federazione; tuttavia altre religioni possono essere praticate in pace ed armonia in ogni parte della Federazione”. Un Paese dove il consumo di alcolici ed il gioco d’azzardo sono pratiche proibite per i musulmani, consentite per i fedeli di altre religioni. Dalla fine del 2009, nondimeno, la Malaysia è scossa da una vicenda che può apparire banale dall’esterno ma che in realtà risulta di notevole importanza al fine della stabilità e dell’apparato politico e del tessuto sociale malese.

Il 31 dicembre scorso la Corte Suprema aveva emesso una sentenza che consentiva al settimanale cattolico The Herald di usare la parola “Allah” nella sua edizione in lingua malese. La sentenza de facto annullava un ordine restrittivo emesso nel 2007 dal Ministero dell’Interno, il quale impediva al settimanale di usare la parola “Allah” per indicare il dio dei cristiani. L’Herald aveva commentato la delibera della Corte annunciando un “anno glorioso per i circa 850.000 cattolici che vivono in Malaysia”. A seguito della sentenza, le frange più estreme della maggioranza malese si sono rese protagoniste di roghi contro luoghi di culto cattolici, buddisti e sikh nonché di episodi di razzismo a sfondo religioso. Turisti ed investitori stranieri cominciano a mostrare cenni di apprensione.

Il Governo malese nel 2007 volle dare ascolto agli estremisti, i quali imputavano ai cristiani l’accusa di voler usare la parola Allah come parte di una strategia volta a convertire i malesi, che secondo la Costituzione devono essere di fede musulmana. Oggi come allora, dopo la sentenza il Governo è apparso incapace di controllare efficacemente le spinte provenienti dall’estremismo religioso, sebbene si renda conto della fragilità della situazione. Il Primo Ministro Najib Razak ha condannato gli episodi di violenza, ha promesso il pagamento dei danni e maggiore sicurezza nei luoghi di culto. Cionondimeno, d’accordo con la Chiesa Cattolica, l’Esecutivo ha spinto la Corte Suprema alla sospensione del verdetto. Questa mossa può essere interpretata come una debolezza del partito leader della coalizione di governo, lo United Malays National Organisation (UMNO), che nel 2008 ha subito la peggior prestazione di sempre. L’UMNO, alla ricerca di voti, cercherebbe simpatizzanti nell’estrema destra malese.

La stragrande maggioranza dei malesi non sembra preoccupata dalla sentenza e non risponde alle grida massimaliste. L’Islamic Party of Malaysia ha dichiarato che il nome Allah può essere legittimamente usato da tutte e tre le religioni abramitiche: un importante messaggio di distensione lanciato dalla politica. I malesi moderati sono consci del fatto che l’UMNO, da quando ha preso il potere nel 1970, ha favorito in maniera decisa l’etnia malese, adottando politiche di discriminazione positiva. Ora, qualora la spirale di violenze dovesse perdurare, il complesso prisma multietnico malese, formato da fragili contratti sociali e compromessi civili, verrebbe a soffrirne grandemente: le minoranze etnico-religiose potrebbero cominciare a reagire alla violenza con la stessa moneta.

Emanuele Schibotto è coordinatore editoriale di Equilibri.net


tag:  malaysia   islam   induismo   cristianesimo   discriminazione positiva   tensioni religiose  


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