Non c’è alcuna possibilità di sconfiggere o arginare il fenomeno della corruzione in Italia. Questa, in sintesi, sembra essere la conclusione dell’editoriale di Ernesto Galli della Loggia “La corruzione e le sue radici” del 17 febbraio pubblicato su Il Corriere della Sera. L’analisi puntuale, lucida se in parte è condivisibile non lo è nelle sue conclusioni: la ragione sociologica della corruzione in Italia non lascerebbe alcun rimedio: la corruzione è nel DNA degli italiani (!).
E’ proprio la conclusione pessimistica (ma è comprensibile l’amarezza che può nascere davanti ai casi concreti), dell’analisi di Galli della Loggia che mi preoccupa: abbiamo deciso di arrenderci davanti al problema? La corruzione, come sostiene l’Autore, e davvero “invincibile”?
Gli uomini onesti che continuano a lavorare, anche nelle pubbliche amministrazioni, per costruire un Paese migliore, che pagano puntualmente le tasse (per assicurare i servizi ai meno fortunati), che rispettano le regole del vivere comune, insegnando ai propri figli il rispetto dell’altro, dei principi di solidarietà, della pari dignità sociale e dell’uguaglianza davanti alla legge senza distinzioni, questi uomini, debbono arrendersi e abbandonare la speranza che questo Paese possa cambiare?
Credo di no.
E’ vero, lo Stato non si fida dei suoi cittadini e i cittadini non si fidano dello Stato. Questo è un serio problema che bisogna affrontare ormai senza indugio: la strisciante diffidenza che serpeggia nel nostro Paese, la cultura del sospetto, il giustizialismo, ma al tempo stesso il negare l’esistenza del problema corruzione, possono condurre questo Paese ad un punto di non ritorno.
Lo Stato regola ogni aspetto della nostra vita “dalla culla alla tomba” usano dire i giuristi. Non c’è atto, azione, attività, comportamento che non sia regolata e disciplinata dal diritto: tutto passa tra autorizzazioni, permessi, concessioni, certificati, istanze, bolli, copie autenticate. Come non ricordare la prevista scadenza del certificato di nascita o del certificato di morte (anche se non si ricordano casi di resurrezione oltre quello di Lazzaro!), l’obbligo annuale per i pensionati di presentare il certificato di esistenza in vita, i trenta giorni per un cambio di residenza, i cinque anni necessari per l’autorizzazione ad un insediamento produttivo, le difficoltà, sempre maggiori, di utilizzare l’autocertificazione, ormai purtroppo di nuovo in desuetudine e, infine, dove è la sussidiarietà orizzontale ( più spazio ai privati) prevista con la riforma costituzionale del 2001?
Le troppe regole imposte dallo Stato (sulla base del principio che è meglio non fidarsi dei cittadini), le difficoltà burocratiche sempre crescenti per i cittadini e le imprese, la giungla normativa e la complessità dei procedimenti possono essere per gli amministratori disonesti la linfa vitale della corruzione.
Credo invece che, come avviene nei paesi anglosassoni, è necessario dare più fiducia ai propri cittadini, ma, al tempo stesso, bisogna introdurre un sistema di controlli rigorosi e di trasparenza, garantendo la certezza della pena per chi si approfitta della fiducia riposta dallo Stato e dagli altri. Non servono regole puntuali, complesse e farraginose, ma regole di sistema, norme generali di comportamento dei pubblici amministratori e dei pubblici funzionari, norme di trasparenza e di semplificazione dell’azione amministrativa: bisogna creare gli anticorpi alla corruzione nelle amministrazioni pubbliche e nel Paese; qui la politica può e deve svolgere un ruolo determinante.
Le conseguenze negative, oltre che sul piano morale, anche di immagine e a livello economico che tutti noi vediamo e riconosciamo, riguardano il pericolo di un’ amministrazione pubblica non più credibile agli occhi dei cittadini. Un’amministrazione non pienamente legittimata nell’esercizio dell’azione amministrativa, nell’ambito del corretto equilibrio tra poteri, rischia di fatto di essere “gestita” dal giudice penale in fase repressiva, con la possibile ingerenza (in questo caso legittima e corretta davanti ad una patologia del sistema) del potere giudiziario. In definitiva il rischio è che l’azione amministrativa (se l’amministrazione non saprà reagire prontamente con forza al fenomeno corruttivo) sia condotta o condizionata dalla magistratura penale.
Per questo vanno rivisti i codici di comportamento, enunciati con le riforme degli anni Novanta, che devono assumere la natura di veri e propri statuti dei doveri di comportamento con concrete sanzioni disciplinari in caso di violazione delle norme etiche, nonché l’automatico licenziamento (senza la necessità di avviare alcun procedimento disciplinare) per giusta causa a seguito di condanna per i reati di corruzione e concussione con pena superiore a sei mesi (oggi la pena deve essere superiore a tre anni). Per quanto attiene al personale dovrebbe essere prevista una rotazione, dopo un periodo più o meno breve, sia dei vertici che dei funzionari preposti agli uffici particolarmente sensibili (edilizia, urbanistica, lavori pubblici, appalti, ecc.) e, come è oggi per i deputati e i ministri, la pubblicazione dello stato patrimoniale (e non solo dello stipendio) per i funzionari pubblici posti nei ruoli strategici.
Un secondo passo può essere rappresentato, per le pubbliche amministrazioni, da una serie di azioni quali:
- un costante monitoraggio dell'offerta di beni e servizi presenti sul mercato con la diffusione su internet dei risultati di tali monitoraggi;
- la realizzazione, da parte delle stesse amministrazioni, di banche dati, accessibili dai cittadini/utenti, sulle acquisizioni di beni e servizi effettuate;
- la valorizzazione delle funzioni dei nuclei di valutazione con riguardo, ad esempio, alla verifica del corretto utilizzo dei parametri prezzo-qualità delle convenzioni;
- la previsione, in particolare per il settore della sanità, della costituzione di organismi indipendenti, a livello regionale, per l’acquisto di beni e servizi;
- la previsione, per le regioni a rischio, di costituire un’unica stazione appaltante presso le prefetture.
Da ultimo, dovrebbero essere ripensati i controlli interni e i controlli di gestione, affidati ad esperti indipendenti dalla politica, che sappiano costruire, all’interno di ogni amministrazione, uno strumento economico ed efficace di valutazione dei costi-benefici dell’azione amministrativa. A questi servizi andrebbe affidato anche il compito di predisporre ogni anno un piano per la trasparenza amministrativa, con il coinvolgimento delle associazioni di categoria e degli utenti, che deve riguardare anche il conferimento degli incarichi ai dirigenti di vertice; non basta pubblicare sui siti web i curricula, ma vanno rese pubbliche anche le motivazioni dell’affidamento di responsabilità di rilievo nell’organizzazione amministrativa (perchè non prevedere audizioni parlamentari dei funzionari in corso di nomina?).
Al tempo stesso, dovrebbero essere istituiti all’interno di ogni amministrazione servizi ispettivi con il compito di verificare, anche a campione, l’attività di ogni singolo ufficio con l’esame puntuale dei procedimenti amministrativi posti in essere. A ciò dovrebbe corrispondere un maggiore impegno delle Sezioni regionali del controllo della Corte dei Conti, alle quali dovrebbero essere trasmessi, per il controllo preventivo di legittimità, gli atti di rilevanza economica adottati dalle amministrazioni pubbliche presenti sul territorio regionale, sulla base di quanto già avviene per le amministrazioni statali periferiche.
E’ comunque necessario che i rimedi siano accompagnati, per ottenere risultati concreti, oltre che da un unico indirizzo politico di governo, anche dalla costituzione di un luogo comune tra i livelli istituzionali, come la Conferenza unificata Stato, Regioni e autonomie locali, e le associazioni di categoria, le organizzazioni sindacali e le associazioni degli utenti, dove affrontare e monitorare costantemente i risultati raggiunti nel prevenire i rischi di corruzione e di cattiva gestione delle pubbliche amministrazioni.
Forse tutto questo non servirà ad arginare la corruzione. Forse la corruzione è veramente “invincibile” come sostiene Galli della Loggia, ma non possiamo e non dobbiamo arrenderci mai.