PIL: consigli per l’uso
Un indicatore incompleto
di
Antonio Frenda ,
pubblicato il 8 febbraio 2010

Durante il convegno organizzato lo scorso giovedì 14 gennaio da Aspen Institute ed intitolato “Oltre il Pil: quantità e qualità della crescita”, il Ministro Tremonti ha rilevato che “se si calcolassero nel Pil il cibo, la cultura, l’ambiente, il clima, l’Italia sarebbe in un imbarazzante primo posto”.
Il Prodotto Interno Lordo (PIL) o, in inglese, GDP (Gross Domestic Product), rappresenta il valore complessivo dei beni e servizi finali prodotti all'interno di un paese in un certo intervallo di tempo, generalmente l'anno o il trimestre di riferimento. Esso è stato ideato dall’US Commerce Department durante la Grande Depressione degli anni Trenta: veniva dunque utilizzato come indice della ripresa economica nazionale; successivamente, nel periodo bellico, è stato utilizzato per la valutazione della capacità produttiva.
La critica in genere mossa a tale indicatore è che non effettua una discriminazione tra le attività economiche che migliorano realmente la qualità della vita e quelle che non hanno tali caratteristiche; alcuni anni fa “The Atlantic Magazine” pubblicò una dura critica al PIL da parte degli analisti politici Clifford Cobb, Jonathan Rowe, Ted Halstead, che lo descrivevano come “una calcolatrice capace di fare le somme, ma non le sottrazioni”. Per il PIL, infatti, ogni attività economica è buona in sé in quanto aumenta la produzione di beni o servizi, anche se, per esempio, deriva dall’aumento della criminalità.
Forse sarebbe utile considerare questo indicatore per quello che è: un valore che esprime l’andamento trimestrale e annuale dell’economia, che non pretende di dare spiegazioni esaustive per misurare il benessere, inteso come “felicità” o come “qualità della vita”.
L’economia è una scienza che, non essendo propriamente sperimentale, ha un forte bisogno di altre discipline, come la filosofia e la sociologia, per esempio, per comprendere esaustivamente i fenomeni.
Tra i più noti indicatori che cercano di misurare il reale miglioramento apportato dall’attività umana al benessere dei cittadini, creati negli anni, si possono citare: l’Index of Sustainable Economic Welfare (ISEW), il Genuine Progress Indicator (GPI), lo Human Development Index (HDI) usato dalle Nazioni Unite, l’Index of Economic Well-Being (IEWB), il Fordham Index of Social Health.
L'analisi congiunta di dati su prodotto interno lordo, ricchezza, povertà, può rappresentare un utile strumento di approssimazione per la comprensione del livello di benessere di un paese, che oggi il solo Pil fatica a rappresentare. Il Pil, comunque, rappresenta un aggregato contabile fondamentale per rappresentare la crescita produttiva relativa ai sistemi economici: riassume il risultato finale della produzione delle unità produttive che sono insediate ed operano all'interno di un sistema economico. Esso ha una correlazione molto forte con la maggior parte degli indicatori di benessere, infatti i paesi con più alto Pil pro capite, in termini reali (basato quindi sul potere di acquisto), presentano una mortalità infantile più bassa, un maggiore livello di istruzione, meno corruzione, una macchina pubblica meglio funzionante.
L'Italia, che figura al settimo posto nel mondo per quanto riguarda il PIL nominale complessivo, è situata solo al 28° posto nella graduatoria del Pil pro capite considerando il potere di acquisto nei singoli paesi (dati Fondo monetario internazionale ad ottobre 2009). Nel corso del terzo trimestre del 2009 il PIL della zona euro è diminuito del 4.1% rispetto al terzo trimestre del 2008; in Italia esso è diminuito del 4,6 per cento; nello stesso trimestre vi sono paesi come la Francia in cui esso è diminuito solamente del 2,4%. Negli ultimi quindici anni "l'italiano medio" si è impoverito quasi di 1 punto percentuale all'anno in rapporto agli altri partecipanti all'Unione Europea, considerando il reddito pro-capite.
Per completezza informativa, occorre rilevare come il nostro Paese si posizioni, invece, all'ottavo posto per ciò che concerne la ricchezza netta pro capite (quest'ultima è data dalla somma delle attività reali e finanziarie al netto dei debiti), sopravanzando quindi paesi come la Francia, la Germania, l'Australia e quelli scandinavi (studio del 2007 dell'Università delle Nazioni Unite di Helsinki).
Occorre però considerare che la ricchezza netta pro capite osservabile nel Centro e nel Nord è quasi il doppio di quella che si può rilevare nel Mezzogiorno (dati Banca di Italia). E’ bene ricordare come il progresso debba avvenire senza distruggere ricchezza, perché un Paese rimanga forte nel lungo termine.
La Banca d'Italia poi, con l'ultima indagine conoscitiva sul livello dei redditi di lavoro, sottolinea come negli ultimi quindici anni il contrasto tra Nord e Sud determini un livello della povertà e della disuguaglianza dei redditi familiari in Italia ben superiore a quello dei paesi nordici e dell'Europa continentale.
Ricapitolando, se il Pil non cresce, col tempo si rischia un'erosione anche della ricchezza. I motivi della bassa crescita nel nostro paese sono, tra i vari, la poca mobilità sociale, il nanismo industriale, una scuola poco moderna ed un’università ancora poco globalizzata.
E, fortunatamente, il cibo italiano è così buono da richiamare tanti turisti ed incrementare le esportazioni, ma ciò non basta per un maggiore sviluppo del nostro Paese.
Antonio Frenda è Ricercatore-Economista presso l’Istat. L'articolo e le opinioni in esso contenute sono presentate dall'autore a titolo personale e non impegnano l'Istat. Altri contributi sono disponibili sul suo blog.