8 febbraio 2010

Il circolo vizioso

La Stampa


di Irene Tinagli

I dati appena rilasciati dal ministero mostrano un quadro molto netto: diminuiscono le iscrizioni all'Università. Quasi settemila matricole in meno rispetto all'anno scorso. Potrebbe sembrare un piccolo assestamento in un anno di crisi, ma non è così. Non è una flessione temporanea: questo dato si inserisce in un trend negativo che si protrae ormai da diversi anni.

Rispetto all'anno accademico 2003 - 04 le immatricolazioni sono calate di quasi 52.000 unità, un dato impressionante, sia in termini assoluti che percentuali. Infatti, se nel 2003 si sono iscritti all'Università il 74,4% dei ragazzi usciti dalle superiori, quest'anno solo il 59% lo ha fatto. Un calo di oltre 15 punti percentuali in poco più di un quinquennio. Un trend che sta impoverendo la nostra società e che mina pesantemente le basi della nostra economia.

Negli anni in cui tutti parlano dell’importanza del capitale umano, di saperi sempre più sofisticati, anni in cui la maggior parte dei Paesi occidentali ha quasi raddoppiato la quota di popolazione in possesso di una laurea, da noi si torna indietro. Le conseguenze sulla nostra competitività economica sono e saranno devastanti, ma forse adesso conviene fermarsi a riflettere sulle cause. Perché da questa riflessione si riescono a capire meglio i contorni e la portata del fenomeno. Questa situazione è conseguenza di un meccanismo sociale che si è inceppato: tanti giovani non studiano più perché pensano che non serva, che l’Università non funzioni più come ascensore sociale.

Il meccanismo si è inceppato in parte per colpa di un sistema universitario incapace di trasmettere competenze al passo con i tempi e con le esigenze del sistema produttivo di oggi. Ma anche per colpa di un panorama delle opportunità che è sempre più chiuso e cristallizzato. Il nostro mercato del lavoro funziona ancora in modo molto informale, localistico e personalistico. Come ci mostrano i dati dell’ultima indagine Excelsior sulle assunzioni delle imprese, circa il 54% delle assunzioni avvengono per conoscenza diretta o per segnalazione di conoscenti. Un altro 25% da banche dati interne alle aziende. Questo significa che chi non ha conoscenze personali o non è già inserito in azienda ha davvero poche probabilità di trovare lavoro. Centri d’impiego, Internet e mezzi stampa coprono una percentuale irrisoria delle assunzioni. La storia che ai giorni nostri si può trovare lavoro semplicemente mandando un curriculum in Italia pare sia davvero un mito.

La cosa drammatica è che questo sistema non solo non viene combattuto ma in alcuni casi viene persino legittimato e difeso. Come per la vicenda di alcune banche che pochi mesi fa hanno formalizzato un accordo con i sindacati per prepensionare i dipendenti ed assumerne i figli. Certo, i figli avrebbero dovuto avere certe caratteristiche, ma resta il fatto che, a parità di laurea in economia, essere figli di un bancario fa la differenza. Cosa dovrebbero quindi fare di fronte a questo scenario i figli degli operai, ma anche di molti impiegati, commesse o commercianti, che non possono contare su nessuna garanzia basata su famiglia e censo? La cosa più semplice: abbandonare velleità universitarie e far leva sul capitale relazionale che hanno a disposizione per fare, a loro volta, l’operaio, il commesso, il commerciante.

È questo infatti che ci dicono gli ultimi dati di Almalaurea: tra gli iscritti all’Università aumenta la percentuale di chi è figlio di laureati e diminuisce la percentuale di chi invece ha genitori che si sono fermati alla scuola dell’obbligo. E questo non farà che alimentare un circolo vizioso che irrigidirà ulteriormente la nostra società e la nostra economia. Perché se i giovani provenienti dai ceti più poveri perdono anche l’università come occasione di confrontarsi con un mondo diverso dal loro, di mescolarsi con persone di varia estrazione, saranno davvero condannati a restare inchiodati ai blocchi di partenza, e non saranno in grado di offrire né a se stessi né ai propri figli orizzonti e prospettive migliori.

Ed è molto triste pensare che nell’era in cui Paesi come l’India o la Cina stanno sperimentando l’abbattimento di vecchie caste e un nuovo senso di libertà e opportunità, in Italia i giovani stanno scivolando verso nuove gabbie e soffrendo frustrazioni e rinunce che nessun Paese sano e moderno dovrebbe tollerare.





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Adolfo Scotto di Luzio, autore del rapporto sulla Scuola
Storico e saggista, insegna
all'Università di Bergamo.
I suoi libri sul liceo classico e sulla crisi del modello scolastico italiano del secondo dopoguerra hanno suscitato un intenso dibattito.

La scuola ha perso la capacità di coltivare il gusto elitario della solitudine ed è rimasta letteralmente sommersa sotto la pressione uniformante dei linguaggi di massa. E' appena il caso di ricordare che elitario non significa "per ricchi", ma "per pochi", quei pochi che scelgono di condividere la fatica di uno studio rigoroso. Questa precisazione va fatta perché la polemica antielitaria da cui è stata investita in maniera crescente la scuola in questi ultimi decenni ama fregiarsi di idealità sociali, di un linguaggio sentimentale che fa costante appello alla generosità , alla giustizia, alla solidarietà , e nella cultura tende a riconoscere troppo spesso il privilegio di uno stato di possesso culturale e quasi mai la fatica di un acquisto. Ora, la differenza che passa tra ascrizione e acquisizione è esattamente quella che può distinguere un sistema del privilegio dal merito come fondamento della democrazia. Oggi pretendiamo di essere eccellenti dopo decenni in cui ci siamo esercitati pervicacemente a negare ogni legittimità ai linguaggi della distinzione. La rincorsa affannosa dell'eccellenza assume così i tratti beffardi di un atto tardivo. Quando non è (e lo è il più delle volte) vuota retorica. L'unico modo per essere eccellenti è esigere una scuola rigorosa e di qualità.


LE PROPOSTE DEL RAPPORTO

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Insieme a voi vogliamo costruire una nuova scuola. Suggeriteci come la vorreste.

Italia futura mi ha colpito per la lucidità di pensiero con cui affronta gli scottanti problemi di attualità del nostro paese. Desidero partecipare a questo gruppo di lavoro che sento in linea con il mio modo di pensare.
Andrea Barbieri

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