La delocalizzazione dell'industria terroristica
di Stefano Torelli
pubblicato il 2 febbraio 2010

Dall’ultimo fallito attentato all’aereo di linea della Northwest Airlines lo scorso 25 dicembre, si fa un gran parlare delle nuove strategie di al-Qaeda, dei nuovi rifugi e dei Paesi che possono considerarsi a rischio terrorismo, proprio come per lo Yemen adesso. Ma cosa sta avvenendo davvero alla nebulosa che chiamiamo al-Qaeda? Quali sono le dinamiche in corso e come è possibile tentare di mettere in atto delle strategie di anti-terrorismo efficaci, che sappiano agire sulle sue cause e non sugli effetti?
Prima di tutto dobbiamo prendere in considerazione due fattori: il fatto che viviamo nell’era della globalizzazione e che al-Qaeda, così come altri movimenti transazionali di qualsiasi genere, è ormai entrato a far parte delle dinamiche che muovono tale panorama mondiale. Dobbiamo, a questo punto, immaginare al-Qaeda come una grande impresa multinazionale che si trova nell’esigenza di dover delocalizzare i propri impianti di produzione, per motivi che sono riconducibili alla non sostenibilità delle condizioni attuali nei Paesi dove aveva cominciato ad agire. Era già successo in parte dopo l’espulsione di Bin Laden e dei suoi seguaci dal santuario rappresentato dal Sudan tra la fine degli anni ’80 e gli anni ’90. Adesso riaccade, dopo la dispersione delle cellule terroristiche e lo smantellamento di molte loro basi dai territori di confine afghano-pakistano a seguito della guerra iniziata nel 2001.
Dunque al-Qaeda è in crisi e deve in qualche modo riallocare le proprie risorse. Detto in altri termini, si vede costretta a spostare i propri “impianti di produzione” (vale a dire basi logistiche, centri di addestramento e reclutamento) altrove. Come ogni multinazionale che si trova a dover confrontarsi con una tale realtà, sarà plausibile che l’organizzazione tenda a internazionalizzare le proprie basi, laddove trovi le condizioni che le permettano di sfruttare al meglio il rapporto costi-benefici, in modo tale da effettuare degli investimenti che possano essere fruttuosi. Ora, cosa può voler dire questo, per un movimento come quello di al-Qaeda, dedito all’attività terroristica e, prima ancora, di raccolta di capitale umano, finanziario e materiale (armi, esplosivi, infrastrutture)? Vuol dire spostare le proprie basi su un territorio dove sia possibile agire senza impedimenti legali che possano mettere in difficoltà l’attività e dove vi sia manodopera a basso costo disposta a mettersi al servizio dell’organizzazione.
Da qui deriva la scelta di al-Qaeda di quei famigerati “Stati falliti” che, come lo Yemen, danno più possibilità di inserimento nel tessuto socio-economico locale. Territori in cui il controllo statale non arriva a coprire le periferie, in cui è più facile creare alleanze e legami di tipo clientelare, perché si ha a che fare con piccoli gruppi di potere di stampo familiare o tribale più facilmente avvicinabili e “corruttibili” e, dunque, in cui è più facile agire indisturbati, ricreando le condizioni adatte affinché la produzione possa riprendere. Non si tratta dunque di un problema sociale, secondo cui sono la povertà e la fame a generare terrorismo, o comunque non solo quello. La strategia di al-Qaeda dipende esclusivamente da considerazioni di tipo geopolitico, strategico e di convenienza economica, prima ancora che di tipo sociale. In quest’ottica, come una qualsiasi industria che voglia o debba internazionalizzare le proprie attività produttive, questa industria del terrore è molto attenta a monitorare l’ambiente circostante (cioè, nell’era attuale, il mondo intero), individuare i “mercati” più appetibili e rispondenti alle proprie esigenze e, quindi, delocalizzare la propria attività, in modo tale da poter essere nuovamente competitivi a livello internazionale.
Come fare per fermare tale attività? Sicuramente la risposta non è di immediata intuizione. Bisognerebbe essere competitivi sullo stesso terreno dove le organizzazioni del terrorismo internazionale vanno ad agire. Ciò potrebbe dire, in una visione molto realista delle relazioni internazionali, tentare di ridare il giusto peso e autorità alle realtà statuali colpite dal fenomeno di esportazione della produzione terroristica. In poche parole, vorrebbe dire rafforzare il potere dell’attore-Stato sul proprio territorio, in modo tale da non permettere ad al-Qaeda o chi per lei di vedere un’opportunità nello spostare i propri “impianti” nei territori di volta in volta individuati. E’ una sfida globale che richiede una risposta globale e non può essere lasciata agli attori di volta in volta interessati
Stefano Torelli è Ph.D. candidate in Storia delle Relazioni Internazionali presso La Sapienza di Roma. Giornalista pubblicista esperto di geopolitica e questioni mediorientali, è responsabile dell’area Medio Oriente e Maghreb di Equilibri.net e Coordinatore del Programma Medio Oriente dell’ICTS (Italian Center for Turkish Studies). Co-fondatore del sito ilcaffegeopolitico.it