Le due Italie

Le promesse mancate sulle tasse

di Italia Futura , pubblicato il 1 febbraio 2010
immagine documento Ancora una volta due Italie. Ancora una volta una parte del Paese che paga le tasse e un’altra che non le paga. Ancora una volta un’Italia che partecipa responsabilmente ai doveri della comunità e un’altra che sfugge le sue responsabilità, costringendo i contribuenti onesti a pagare troppo. I dati pubblicati dal Corriere della Sera raccontano di un paese dove solo il tre per mille dei contribuenti dichiara più di 150.000 euro l’anno. E tra questi “fortunati ufficiali”, l’86 per cento è rappresentato da dipendenti o pensionati: coloro che non hanno alcuna possibilità di evadere.

È una fotografia che conosciamo bene, costruita in anni che hanno visto un’insufficiente lotta all’evasione associarsi a promesse tradite sul fronte di una maggiore equità nel prelievo e di una riduzione del carico fiscale. Perché tasse troppo alte non possono che alimentare il circuito perverso dell’evasione e dell’elusione. Per aiutarci a ricordare, e per completare la fotografia del Corriere, abbiamo voluto mettere in fila tutte le promesse di riforma del sistema fiscale e di riduzione delle tasse venute dai vari governi nel corso degli ultimi quindici anni. In attesa del prossimo annuncio…








tag:  tasse   aliquote   evasione fiscale   riforma fiscale   dipendenti  


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#1 da no suddito. turista, inviato il 22/2/2010
Esiste un solo modo per combattere seriamente l’evasione: ascriverla come REATO PENALE; basta imparare dai romani o dagli Stati Uniti d’America! Servio Tullio, 6° Re di Roma, nel 570 a.c. dispose il primo censimento della storia, basandolo sui cespiti, utilizzando come deterrente anti-evasione una legge che minacciava prigione. Tito Livio lo racconta nel suo 1° libro di “AB URBE CONDITA” in modo dettagliato, definendolo entusiasticamente utilissimo per “tanto futuro Imperio”; peraltro, non menzionando alcun caso di evasione e conseguente applicazione della legge. In epoca più vicina ai nostri giorni, nel 1931 (circa 80 anni fa, quindi più recentemente di 2600 anni fa!), negli Stati Uniti (che è considerato uno dei Paesi a più avanzata democrazia, nonché unanimemente riconosciuto come il paese più capitalista e liberista del mondo), il noto gangster Al Capone fu condannato come evasore fiscale, non potendo essere incriminato quale criminale per mancanza di prove. Per non parlare di tutti i cosiddetti “colletti bianchi” (che sono diventati la maggioranza della popolazione carceraria americana, sorpassando i “black”), condannati per reati di evasione fiscale o truffa, ai danni dei cittadini ! Questi livelli stratosferici di evasione fiscale pari a circa 150 miliadi di Euro/anno di mancate entrate NETTE, oltre a sottrarre risorse allo Stato (quindi alla collettività), determinano concorrenza sleale da parte delle imprese che utilizzano evasione e sottosalario, contro le imprese regolari. Senza contare gli effetti collaterali positivi che si avrebbero dall’emersione dell’ evasione contributiva e del lavoro nero, da cui si otterrebbero non solo ulteriori risorse, ma produrrebbero anche l’allargamento delle tutele, sopratutto dal punto di vista della sicurezza sul lavoro, considerando che le vittime del lavoro, sono infatti circa il doppio di quelle della criminalità: 1.170 contro 663 (nel 2007). Una seria lotta all’evasione fiscale non solo consentirebbe il recupero delle risorse, da destinare al riequilibrio nella iniqua distribuzione dei redditi, riducendo la forbice tra “ricchi e potenti”, sempre più ricchi, e chi “sopravvive di solo lavoro” , o di sola pensione (gli unici impossibilitati ad evadere, con il prelievo alla fonte), sempre più impoveriti, compreso la “proletarizzazione” (per usare un termine ormai non più di moda) del ceto medio, ma contribuirebbe a determinare l’incremento dei consumi interni (che sono circa il 70% del PIL) con l’innalzamento del potere d’acquisto dei redditi “fissi”, se è vero che il livello delle retribuzioni nette italiane è agli ultimi posti in Europa (dati Ocse ed Eurispes: i francesi percepiscono il 30% in più, i tedeschi il 45%, gli inglesi ancor di più, ecc.), senza contare che il livello delle imposte sui redditi da lavoro (tra tasse e contributi, dati Eurostat) è il più alto d’Europa: il 44%, quasi 10 punti oltre la media europea che è del 34,4%. I bassi livelli salariali italiani non possono più rappresentare la leva competitiva strutturale, in un mondo sempre più globalizzato, come è successo in passato; salvo poi utilizzare anche, quale leva mobile, la svalutazione monetaria per affrontare le cicliche congiunture economiche. Quella strada non è più percorribile; non solo perché esiste il vincolo della moneta unica in Europa, ma anche perché su questo versante, siamo stati rimpiazzati prima dai paesi dell’ est-europeo, adesso da Cina ed India (domani chissà, . . . . ?). Ci sarà sempre, un paese in grado di offrire manodopera al costo più basso. Anche per questo, ritengo che il futuro competitivo del nostro paese stia nella innovazione e nella ricerca: questo, peraltro, è il destino di tutti i paesi industrializzati. Credo che il destino dell’Italia sia quello di spostarsi sempre su produzioni e servizi a più alto valore aggiunto, non replicabili altrove; i cui contenuti di innovazione, processo, qualità, nuove tecnologie, know-how, sono continuamente in evoluzione e miglioramento, al fine di poter competere al meglio, non più (come è stato finora) quello di occupare la scala inferiore del segmento manifatturiero, grazie ad una politica fondata sui bassi salari. Quindi, “PAGARE TUTTI PER PAGARE MENO”! Citando Galbraith: “IL SEGRETO DI UNA BUONA POLITICA CONSISTE NEL SAPERE CHE NON È POSSIBILE CONFORTARE I TORMENTATI, SENZA TORMENTARE I CONFORTATI”. In sintesi, va recuperato uno spirito pragmatico, collettivo e solidale, nella costruzione di una società del benessere, che sia di cambiamento e rivitalizzazione di un declinante sistema di democrazia politica, allargandone gli spazi di partecipazione. Sapendo che i gruppi più deboli non prevarranno mai su quelli più forti, è necessario un potere compensativo superiore; cioè il prevalere dell’ interesse pubblico, che può essere rappresentato da una classe dirigente che anteponga l’interesse collettivo (pubblico) alla difesa degli interessi particolari. E qui, purtroppo, sta il vero punto dolente! Perché ancora non si intravede, in Italia, chi si assuma il coraggio e la responsabilità di avanzare una tale proposta! La vera differenza tra conservatori e progressisti (o fra “destra” e “sinistra”), dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989 e la conseguente fine delle ideologie, è rilevabile e misurabile soltanto sul piano delle politiche socio-economiche Di questa differenza, purtroppo, in Italia non si vede traccia, visto che sono tutti assuefatti al potere politico-economico-mediatico, compreso i partiti cosidetti “di opposizione” o “di sinistra” (che sembrano sciolti come neve al sole, dal punto di vista delle proposte sul versante socio-economico)! Quello che appare è che sembrano disperse le logiche che hanno caratterizzato lo scenario economico e sociale nel cinquantennio post-bellico, sia quella dell’economia sociale di mercato, sia quella liberal-democratica, ed anche quella del cristianesimo sociale. Al più restano vacue e vane esortazioni che non si traducono in “politiche”, in proposte concrete, in progettualità economiche e sociali; i richiami sterili ai valori ispiratori che non sono seguiti da atti coerenti e concreti, sono solo funzionali al mantenimento delle diseguaglianze sociali e della continuità al potere delle classi dominanti. Gli stessi ultimi appelli vaticani sulla riscoperta della “carità”, sembrano più il supporto “giustificatorio e culturale” al mantenimento dello status-quo (mondiale ed italiano), che non il richiamo alla logica della dottrina sociale della chiesa per il riequilibrio della diseguaglianze sociali (Rerum Novarum, Centesimus Annus), che sembra accantonata e dimenticata. Disperando della possibilità che gli attuali gruppi dirigenti nostrani (di cui dubito che abbiano senso dello stato) siano in grado di innescare soluzioni “per via interna”, l’unica speranza che rimane per l’Italia (che è a rimorchio delle economie occidentali, ed in particolare degli Stati Uniti), viene dalle possibilità che Obama avrà di modificare la politica economica non solo negli USA, ma di influenzare il resto del mondo; vedi il recente discorso alla nazione in cui il Presidente degli USA ha riconfermato la volontà di proseguire nella strada delle riforme sociali con particolare attenzione all’occupazione (ed alla middle-class), nonché in quella sulle regole e controlli dei mercati finanziari di Wall Street. Se queste andranno in porto, avranno certamente ricadute sulla politica economica mondiale, considerando che, al momento, tutti i tentativi fatti (G8, G20, ecc.) hanno partorito solo buone intenzioni, ma nessun fatto concreto; visto che quasi ogni paese, più che impegnarsi e spendersi nella ricerca di un piano condiviso per una risposta globale e coordinata a livello mondiale, ha privilegiato la difesa dei propri interessi parziali, nella speranza, non dichiarata, di poter trarre, al termine della crisi, un vantaggio competitivo rispetto agli altri paesi. Questa è l’ultima speranza che ci rimane!



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