Le riforme istituzionali

La transizione infinita/8

di Alberto Stancanelli , pubblicato il 28 gennaio 2010
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Vari sono stati i tentativi, in questi ultimi quindici anni, di riformare la forma di governo, ma, ad oggi, la politica non è stata in grado di elaborare e realizzare in modo condiviso un compiuto progetto di riforma costituzionale per un nuovo e più moderno assetto tra i poteri istituzionali.

Nel 1994, durante il primo Governo Berlusconi si insedia il cosiddetto “Comitato Speroni”, presieduto dal Ministro per le riforme istituzionali sen. Francesco Speroni, che approva un testo di revisione costituzionale composto da 50 articoli, ma la caduta del Governo, nel dicembre del 1994, non consente di aprire una discussione sulle proposte.

Nel 1996, all’inizio della XIII legislatura, vengono presentate varie mozioni e progetti di riforma costituzionale tra i quali, su proposta dell’on.le Berlusconi, anche l’istituzione di un’Assemblea Costituente, sino, all’ insediamento nel febbraio del 1997, della Commissione parlamentare per le riforme costituzionali presieduta dall’on.le Massimo D’Alema, che porta ad un accordo di massima tra i maggiori partiti del momento (Pds, Fi, Ppi e An) su una legge elettorale, a doppio turno, con un presidente di garanzia, accordo però disatteso da Silvio Berlusconi che ritiene migliore il modello tedesco del cancellierato e il sistema elettorale proporzionale. Alla fine della legislatura viene, comunque, approvata, a maggioranza, la legge costituzionale di riforma del titolo V della Costituzione che ridisegna i rapporti tra Stato Regioni e autonomie locali, attribuendo una forte potestà legislativa alle Regioni e che, sottoposta a referendum confermativo, ottiene la maggioranza dei consensi degli italiani.

Nel 2001, durante il secondo Governo Berlusconi, viene approvata, a maggioranza, una legge costituzionale che modifica la forma di Stato in senso federale (c.d. devolution) e la forma di governo con il riconoscimento di poteri al premier tra i quali lo scioglimento del Parlamento su richiesta o a seguito delle dimissioni del Capo del governo: questa scelta di riforma costituzionale, sottoposta a referendum confermativo, non ottiene la maggioranza dei consensi e conseguentemente non entra in vigore.

Nella breve passata legislatura viene approvata nell’ottobre 2007 dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera la c.d. “bozza Violante”, che poteva costituire (e potrebbe ancora oggi costituire) un buon testo per una approfondita discussione sul tema delle riforme istituzionali. Il testo approvato dalla Commissione, infatti, prevedeva il superamento del bicameralismo perfetto e l’istituzione del Senato Federale; il rafforzamento del potere esecutivo, anche in relazione al risultato elettorale; la proposta e la revoca dei ministri da parte del Presidente del consiglio, nonchè l’accelerazione, su iniziativa del governo, del procedimento di formazione delle leggi .

Nella corrente Legislatura si parla di nuovo dell’esigenza di procedere ad una revisione della forma di governo. In particolare, viene di volta in volta proposta la riduzione del numero dei parlamentari, il rafforzamento dei poteri del Parlamento e del Governo, la rivisitazione del bicameralismo perfetto, l’istituzione di una Camera espressione delle istanze regionali come si evince da una serie di mozioni parlamentari presente dai gruppi di maggioranza e di minoranza.

Non è mancata sul tema la voce del Presidente della Repubblica che in più occasioni ha sottolineato l’esigenza di avere un nuovo assetto istituzionale condiviso, volto al compimento della svolta autonomistica e federalistica avviata con il nuovo Titolo V della Costituzione, nonché la necessità di mettere mano alla riforma del sistema bicamerale mediante una diversa articolazione delle funzioni di Camera e Senato e un nuovo ruolo di quest’ultimo quale Camera di rappresentanza delle autonomie.

Nel quadro, ormai non più differibile per il futuro del nostro Paese, delle riforme istituzionali ben potrebbe trovare collocazione la riforma del rapporto tra politica e giustizia per ristabilire un equilibrio che allo stato risulta alterato con la modifica avvenuta nel 1993 dell’art.68 della Costituzione che ha soppresso l’autorizzazione a procedere nei confronti dei parlamentari; riforma che però non può prescindere dal superamento della pessima legge elettorale vigente, che mortifica gli elettori e la stessa sovranità popolare riconosciuta dalla Costituzione.

L’avvio della campagna elettorale per le prossime elezioni regionali sicuramente accantonerà il dibattito sulle riforme costituzionali per lasciare spazio ad un clima rissoso e demagogico tipico delle nostre discussioni pre-elettorali. La successiva pausa da ogni competizione elettorale per i prossimi tre anni (salvo imprevisti si andrà, infatti, al voto nel 2013) dovrà essere l’occasione per adeguare l’Ordinamento della Repubblica previsto dalla nostra Carta Costituzionale ad un contesto sociale e sovranazionale completamente diverso da quel lontano 1947, che vide registrare, sulla base di fondamentali valori comuni, una equilibrata sintesi del pensiero cattolico, liberale e marxista.

Un’occasione che la nostra classe politica non potrà mancare.


tag:  riforme istituzionali   costituzione   legge elettorale   bicamerale   federalismo  


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#1 da Pieraldo Pecchio, inviato il 16/2/2010
Trovo l’articolo di Stancanelli molto interessante e completo, non essendo d’accordo unicamente nell’ultimo paragrafo.
Infatti non credo che sia la funzione di un Parlamento che é stato eletto per permettere all’esecutivo di governare il paese e all’opposizione di controbilanciare la maggioranza, quella di riformare la Carta Costituzionale.

Stiamo assistendo da piú parti a dei richiami sempre piú insistenti per cambiare la Costituzione in un modo o nell’altro : federale, Senato delle regioni, riduzione del numero dei parlamentari, due rami del parlamento con funzioni diverse, “primeriato”, Repubblica fondata sul lavoro o no e chi piú ne ha piú ne metta.

Credo profondamente che l’unica maniera di riformare la Costituzione del 1947 sia quella di eleggere un’Assemblea Costituente che dovrà redigere una vera e propria Carta Magna capace di essere la base dello sviluppo futuro del nostro paese. Infatti in un mondo sempre piú in evoluzione e dove ci sono sempre meno punti di riferimento, una Costituzione forte deve essere il fondamento sul quale costruire la crescita del paese nei prossimi decenni.

L’Assemblea Costituente dovrà essere composta da un centinaio di membri, a mio avviso 101 dovrebbe essere il numero esatto, eletti in modo proporzionale in Italia e fra gli Italiani all’estero. I parlamentari attuali che desiderano farne parte dovranno rinunciare al loro mandato alla Camera o al Senato. I membri di questa nuova Assemblea riceveranno un’indennità per il loro lavoro, che sarà certamente intenso, ma nessuna pensione o altri vantaggi a vita. Una volta dissolta, ognuno ritornerà alla sua professione. I lavori dovranno durare fra i 12 e i 18 mesi e naturalmente la Carta proposta dovrà essere approvata da tutti i cittadini italiani con referendum. Quindi i partecipanti avranno l’obbligo di raggiungere un’accordo il piú ampio possibile, come lo fecero i Loro illustri predecessori nel 1947, al fine di evitare che qualche partito cerchi dopo tutto questo lavoro di mandare all’aria il risultato raggiunto facendo votare No ai suoi elettori.

Ci sono già un paio di gruppi su Facebook che propongono la creazione di un’Assemblea Costituente. Faccio un appello alla Nostra Associazione , super partes, perché si faccia promotrice di tale iniziativa. Ricordiamoci dei movimenti rivoluzionari in vari paesi europei del secolo XIX, quello che chiedevano era semplicemente una Costituzione, poi vennero tutte le altre cose. Noi una Costituzione l’abbiamo ma secondo l’opinione pubblica non é adeguata. Riscriviamola in modo attuale, senza volontà di imporre una parte sull’altra, un’idea sull’altra, ma con accordo comune.

Credo profondamente che il futuro dell’Italia dipenda in gran parte dalla redazione di un documento accettato da tutti gli Italiani.

Approfittiamo di questi tre anni per convocare quest’Assemblea Costituente e far coincidire la fine dei suoi lavori ed il referendum con la fine della Legislatura attuale in modo da far eleggere il prossimo Parlamento nel 2013 con le modalità definite dalla nuova Carta Costituente.



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