La politica abbandona la scuola
il Riformista
di Adolfo Scotto di LuzioLa scuola italiana è oggi il terreno sul quale verificare almeno due grandi questioni che riguardano certo la scuola ma, più in generale, il modo in cui abbiamo deciso debba funzionare la cosa pubblica nel nostro Paese. Innanzi tutto, chi comanda nella scuola italiana e, in secondo luogo, che ne è della libertà individuale, e dunque della possibilità di distinguere e riconoscere il merito, in una situazione nella quale gli insegnanti sono diventati ostaggio delle burocrazie ministeriali e degli apparati sindacali?
Faccio un esempio: la nuova stagione politica italiana dalla metà degli anni Novanta in avanti, ha nutrito riguardo alla scuola enormi ambizioni riformatrici. Con quali risultati? La cosa più incredibile è che dopo quindici anni il Paese non ha ancora una norma sulla formazione e sul reclutamento degli insegnanti. Da dieci anni non di fanno più concorsi. Le graduatorie sono state messe ad esaurimento. Chi è dentro, ci resta; chi è fuori, pazienza. Le scuole di specializzazione, di conseguenza, sono state chiuse (e senza molti rimpianti per la verità).
Oggi, un aspirante maestro ha una sola possibilità: le supplenza brevi. Questo è lo stato dell'arte. Sicuramente non durerà a lungo. A breve, forse avremo un regolamento ministeriale sulla formazione. Ma come verranno reclutati i nuovi professori?
La domanda non è scontata. Perché, una volta deciso il percorso di studi non si è ancora detta una parola definitiva su come si entrerà nell scuola. Nello spazio che si apre tra formazione e reclutamento può succedere di tutto e bisognerà prestare molta attenzione a quello che verrà fuori tra iniziativa ministeriale e lavoro delle commissioni parlamentari.
Ora, uno si chiede come è stato possibile perdere tanto tempo? Perché in quindici anni nessuno dei ministri che si sono avvicendati in viale Trastevere è stato in grado di decidere e dare seguito alle sue decisioni?
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