27 gennaio 2010

La politica abbandona la scuola

il Riformista


di Adolfo Scotto di Luzio

La scuola italiana è oggi il terreno sul quale verificare almeno due grandi questioni che riguardano certo la scuola ma, più in generale, il modo in cui abbiamo deciso debba funzionare la cosa pubblica nel nostro Paese. Innanzi tutto, chi comanda nella scuola italiana e, in secondo luogo, che ne è della libertà individuale, e dunque della possibilità di distinguere e riconoscere il merito, in una situazione nella quale gli insegnanti sono diventati ostaggio delle burocrazie ministeriali e degli apparati sindacali?

Faccio un esempio: la nuova stagione politica italiana dalla metà degli anni Novanta in avanti, ha nutrito riguardo alla scuola enormi ambizioni riformatrici. Con quali risultati? La cosa più incredibile è che dopo quindici anni il Paese non ha ancora una norma sulla formazione e sul reclutamento degli insegnanti. Da dieci anni non di fanno più concorsi. Le graduatorie sono state messe ad esaurimento. Chi è dentro, ci resta; chi è fuori, pazienza. Le scuole di specializzazione, di conseguenza, sono state chiuse (e senza molti rimpianti per la verità).

Oggi, un aspirante maestro ha una sola possibilità: le supplenza brevi. Questo è lo stato dell'arte. Sicuramente non durerà a lungo. A breve, forse avremo un regolamento ministeriale sulla formazione. Ma come verranno reclutati i nuovi professori?

La domanda non è scontata. Perché, una volta deciso il percorso di studi non si è ancora detta una parola definitiva su come si entrerà nell scuola. Nello spazio che si apre tra formazione e reclutamento può succedere di tutto e bisognerà prestare molta attenzione a quello che verrà fuori tra iniziativa ministeriale e lavoro delle commissioni parlamentari.

Ora, uno si chiede come è stato possibile perdere tanto tempo? Perché in quindici anni nessuno dei ministri che si sono avvicendati in viale Trastevere è stato in grado di decidere e dare seguito alle sue decisioni?

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Adolfo Scotto di Luzio, autore del rapporto sulla Scuola
Storico e saggista, insegna
all'Università di Bergamo.
I suoi libri sul liceo classico e sulla crisi del modello scolastico italiano del secondo dopoguerra hanno suscitato un intenso dibattito.

La scuola ha perso la capacità di coltivare il gusto elitario della solitudine ed è rimasta letteralmente sommersa sotto la pressione uniformante dei linguaggi di massa. E' appena il caso di ricordare che elitario non significa "per ricchi", ma "per pochi", quei pochi che scelgono di condividere la fatica di uno studio rigoroso. Questa precisazione va fatta perché la polemica antielitaria da cui è stata investita in maniera crescente la scuola in questi ultimi decenni ama fregiarsi di idealità sociali, di un linguaggio sentimentale che fa costante appello alla generosità , alla giustizia, alla solidarietà , e nella cultura tende a riconoscere troppo spesso il privilegio di uno stato di possesso culturale e quasi mai la fatica di un acquisto. Ora, la differenza che passa tra ascrizione e acquisizione è esattamente quella che può distinguere un sistema del privilegio dal merito come fondamento della democrazia. Oggi pretendiamo di essere eccellenti dopo decenni in cui ci siamo esercitati pervicacemente a negare ogni legittimità ai linguaggi della distinzione. La rincorsa affannosa dell'eccellenza assume così i tratti beffardi di un atto tardivo. Quando non è (e lo è il più delle volte) vuota retorica. L'unico modo per essere eccellenti è esigere una scuola rigorosa e di qualità.


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