21 gennaio 2010

Fiori, frutta, animali

di Gianni Riotta


La mia prima maestra fu la severissima signorina D'Anneo, il suo sguardo fulminava e se eravate piccoli Perseo e gli occhi da Medusa per voi non bastavano, arrivava un pizzicotto di soppiatto, non doloroso no, una sveglia all'attenzione, come la piattonata che i saggi Zen affibbiano sulla spalla dello studente balordo.

A gennaio però già leggevamo e scrivevamo, in tempi che assegnavano alle aste sul quaderno lunghe, tediose ore di lavoro. Andò così in prima e seconda elementare, la maestra D'Anneo ci insegnò la storia e la geografia, il calcolo, la grammatica, sempre austera, con il grembiule nero, il viso pallido di cipria, i capelli neri sulle spalle. In terza arrivò la maestra Lucia Pumo, giovane, dolce, bella dietro gli occhiali alla Nana Mouskuri.

In terza eravamo già uomini fatti, naturalmente, e ce ne innamorammo tutti. La maestra Pumo leggeva poesie, dettava brani, riprendeva i più discoli con voce vellutata, che immediatamente riportava all'ordine i diavoli scatenati. La vecchia scuola Petrarca, con il suo giardino di palme, piante tropicali, colonnine liberty che resistevano nobili come cavalieri crociati alla grande speculazione edilizia del cemento di via Libertà a Palermo. In quarta elementare Lucia ci lasciò, chiamata in altre classi: ma un pomeriggio mi invitò a bere il the a casa sua e giocare a "fiori frutta animali", scovare un fiore con la F o la G o la H e un frutto, un animale con la stessa iniziale. Ore di gioia e serenità, viste adesso le più felici della vita.

La maestra D'Anneo insegnandomi austera le tre principali strade della conoscenza, leggere, scrivere, far di conto, mi ha ricordato a pizzicotti che lo studio -capire le cose- è fatica, impegno, a volte dolore. La grazia tenera della maestra Pumo simboleggia il premio che il sapere sempre concede, raffinato, etico, sensuale, politico, di fede o di culto, ma vero piacere. Giorni da scolaro che sono valsi una vita.



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Adolfo Scotto di Luzio, autore del rapporto sulla Scuola
Storico e saggista, insegna
all'Università di Bergamo.
I suoi libri sul liceo classico e sulla crisi del modello scolastico italiano del secondo dopoguerra hanno suscitato un intenso dibattito.

La scuola ha perso la capacità di coltivare il gusto elitario della solitudine ed è rimasta letteralmente sommersa sotto la pressione uniformante dei linguaggi di massa. E' appena il caso di ricordare che elitario non significa "per ricchi", ma "per pochi", quei pochi che scelgono di condividere la fatica di uno studio rigoroso. Questa precisazione va fatta perché la polemica antielitaria da cui è stata investita in maniera crescente la scuola in questi ultimi decenni ama fregiarsi di idealità sociali, di un linguaggio sentimentale che fa costante appello alla generosità , alla giustizia, alla solidarietà , e nella cultura tende a riconoscere troppo spesso il privilegio di uno stato di possesso culturale e quasi mai la fatica di un acquisto. Ora, la differenza che passa tra ascrizione e acquisizione è esattamente quella che può distinguere un sistema del privilegio dal merito come fondamento della democrazia. Oggi pretendiamo di essere eccellenti dopo decenni in cui ci siamo esercitati pervicacemente a negare ogni legittimità ai linguaggi della distinzione. La rincorsa affannosa dell'eccellenza assume così i tratti beffardi di un atto tardivo. Quando non è (e lo è il più delle volte) vuota retorica. L'unico modo per essere eccellenti è esigere una scuola rigorosa e di qualità.


LE PROPOSTE DEL RAPPORTO

La biblioteca del maestro

Centri di lettura dedicati ai maestri elementari, perché la scuola diventi un vero centro culturale.

Le scuole degli italiani

Vogliamo costruire una scuola, perché la dignità dei maestri è anche la dignità che comunica il luogo in cui insegnano.



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Gloria Droghetti

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