Tra Torino e Livorno: una maestra, un maestro e un supplente
di Paolo Virzì
Si chiamava Laura Merana, era dolce, buonissima, un po' d'altri tempi, gentile e incline a commuoversi quando leggeva certi passaggi di narrativa e di poesia. Fu la mia maestra a Torino, dove ho frequentato fino alla terza elementare. Sembrava uscita dai versi di Gozzano, da un racconto di De Amicis e aveva delle gote rosee che s'imporporavano per l'emozione e il trasporto quando faceva lezione. Quando andai a salutarla perché, con la mia famiglia, avrei lasciato Torino per Livorno, mi abbracciò stretto stretto e poi scappò via per nascondersi dietro un cappotto, abbandonandosi ad un pianto dirotto. Di lei ricordo anche la graziosissima inimitabile calligrafia quando scriveva alla lavagna: tutta svolazzi e riccioli in stile Liberty e la filastrocca con la quale ci fece memorizzare il nome delle Alpi: Ma-Con-Gran-Pena-Le-Re-Ca-Giù!
A Livorno, alle elementari "Pietro Thouar", trovai un maestro. Si chiamava Alcide Nicotra. Era friulano, magro, minuto, energico, coi baffetti. La nostra era una classe tutta maschile, dove non mancavano ragazzacci sguaiati e anche un po' violenti. Così era anche il maestro Nicotra. Una persona mite, costretto a domare la ciurma con una lunga bacchetta, che ogni tanto roteava sopra la testa a mo’ di minaccia. Ma alternava le minacce alle lusinghe e, se ci comportavamo bene, ci portava nel cortile di cemento a giocare a pallacanestro e il sabato ci faceva fare un'oretta di scacchi: gioco del quale era appassionato e che, secondo lui, avrebbe aiutato ad ammaestrare bellicosi energumeni come noi alla riflessione e al ragionamento.
La maestra Merana e il maestro Nicotra non dovevano avermi fatto una cattiva impressione. Anzi devo aver voluto loro molto bene se poi, più avanti, da studente, ho persino progettato di fare un giorno anch'io l'insegnante elementare. E siccome dopo tre anni di Classico finii poi a diplomarmi al Liceo Sperimentale livornese di Via Crispi, ad indirizzo socio-pedagogico, che in seguito ad un periodo di tirocinio dava l'abilitazione all'insegnamento, mi capitò durante l'università di lavorare saltuariamente come supplente in certe elementari di paeselli del circondario livornese.
Una volta finii persino in una multiclasse, una scuoletta dell'entroterra pisano con un'unica sezione. Marmocchi che non sapevano leggere e scrivere e furfantelli che fumavano e tampinavano le ragazze, tutti insieme nella stessa classe. Ricordo che cercai di allestire una specie di spettacolo teatrale, dove i più grandi scrivevano i dialoghi e i più piccini coloravano le scenografie. Era per me un periodo di letture legate alla pedagogia, sulla spinta eversiva ed idealistica di Don Milani e di Albino Bernardini e quella del maestro elementare era la professione più romantica che sapessi immaginare per il mio futuro.
Poi venne la scuola di cinema, il concorso vinto al Centro Sperimentale di Roma, a metter fine a questo sogno, per sostituirlo con un altro più folle e più enfatico. E ancora oggi, ogni tanto, nei momenti di sconforto, rimpiango di aver abbandonato quel progetto e mi domando se da qualche parte, in un ufficio remoto, giaccia ancora il mio punteggio di supplente. E se non sia il caso di mettersi in graduatoria in qualche Provveditorato.