17 gennaio 2010

Montezemolo: "La politica diventi una forza tranquilla"

La Stampa


di Raffaello Masci

“Siamo qui per parlare di scuola elementare, e non di altro”. Luca Cordero di Montezemolo pronuncia la frase con un sorriso garbato, ma alla Neghelli c’è ressa dei giornalisti, e una delegazione di imprenditori campani che sostengono la fondazione. Poi c’è Pomigliano che è vicina fisicamente e Termini Imerese che lo è moralmente. Il discorso vira rapidamente sul politico e sull’economico. Tanto più che un sondaggio dell’Espresso rileva come molti italiani vedano nel presidente della Fiat “il leader ideale del Paese”.

Montezemolo, rispondendo a un giornalista tedesco, sgombra subito il terreno da ogni possibile equivoco in questo senso: “Certo, fa sempre piacere sapere di riscuotere una così ampia fiducia ma credo che si possa continuare il proprio impegno facendo bene il proprio mestiere e facendo bene al Paese senza doversi occupare d’altro”.

D’altronde – aveva detto qualche minuto prima in conferenza stampa – “in Italia ogni volta che un imprenditore manifesta un interesse civile per la cosa pubblica sembra che debba per forza o fare i propri interessi o avere chissà quali ambizioni. Allora lo ribadisco: noi di Italia Futura non vogliamo essere né un partito, né un movimento e neppure un centro studi nel senso tradizionale, ma un soggetto che guarda al futuro del Paese e cerca di dare risposte concrete ad alcuni problemi”.

Come Mitterrand

Montezemolo guarda però alla situazione dell’Italia e, sollecitato dai cronisti, alcune considerazioni le fa. La prima è proprio sulla politica.
“In Italia – dice – esiste una politica pervasiva che sta invadendo tutti i settori della vita, alla ricerca del controllo e del consenso. Eppure non riesce a decidere e a dare una vera direzione di marcia”. Sarebbe, invece, auspicabile “una politica che decida e che si concentri sui bisogni dei cittadini. Altrimenti il prezzo delle non decisioni sarà pagato dalle generazioni future”.
Poi, citando una frase di Mitterrand, auspica “una politica ‘come forza tranquilla’, secondo il modello delle grandi democrazie occidentali, capace di imprimere una vera direzione di marcia al Paese e un grande progetto di cambiamento che abbia al centro la scuola”.

Quanto alla crisi economica, oggetto di un’altra sollecitazione giornalistica, Montezemolo lamenta che “i segnali di ripresa ci sono, ma si tratta di una ripresa molto lenta e rimane molto da fare. Finora la crisi nel nostro Paese non si è risolta in cambiamenti sostanziali e, se quest’occasione si perde, le conseguenze le pagheranno i nostri figli”.
Infine, al pubblico partenopeo che attende una parola su Pomigliano D’Arco, Montezemolo risponde che occorre “flessibilità” anche in previsione dello spostamento della produzione della Panda. E comunque “Pomigliano è una scelta significativa e sarà uno stabilimento importante per Fiat, per la Regione e per l’Italia. La scelta di portare qui la Panda è stata molto forte”. Più secca la risposta su Termini Imerese: “C’è un tavolo il 29: ne parliamo lì”.




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Adolfo Scotto di Luzio, autore del rapporto sulla Scuola
Storico e saggista, insegna
all'Università di Bergamo.
I suoi libri sul liceo classico e sulla crisi del modello scolastico italiano del secondo dopoguerra hanno suscitato un intenso dibattito.

La scuola ha perso la capacità di coltivare il gusto elitario della solitudine ed è rimasta letteralmente sommersa sotto la pressione uniformante dei linguaggi di massa. E' appena il caso di ricordare che elitario non significa "per ricchi", ma "per pochi", quei pochi che scelgono di condividere la fatica di uno studio rigoroso. Questa precisazione va fatta perché la polemica antielitaria da cui è stata investita in maniera crescente la scuola in questi ultimi decenni ama fregiarsi di idealità sociali, di un linguaggio sentimentale che fa costante appello alla generosità , alla giustizia, alla solidarietà , e nella cultura tende a riconoscere troppo spesso il privilegio di uno stato di possesso culturale e quasi mai la fatica di un acquisto. Ora, la differenza che passa tra ascrizione e acquisizione è esattamente quella che può distinguere un sistema del privilegio dal merito come fondamento della democrazia. Oggi pretendiamo di essere eccellenti dopo decenni in cui ci siamo esercitati pervicacemente a negare ogni legittimità ai linguaggi della distinzione. La rincorsa affannosa dell'eccellenza assume così i tratti beffardi di un atto tardivo. Quando non è (e lo è il più delle volte) vuota retorica. L'unico modo per essere eccellenti è esigere una scuola rigorosa e di qualità.


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