17 gennaio 2010

La sfida decisiva della scuola in rete

Il Mattino


di Mauro Calise

Con il dibattito politico imballato tra candidature regionali e riforme più o meno ad personam, richiamare l'attenzione pubblica sui maestri e la loro scuola è un atto di lungimiranza. Nel suo esordio al Sud, Italia futura, la neonata associazione di Montezemolo, dimostra di non volersi confondere nella ridda di schieramenti e posizionamenti su come - non - cambiare l'Italia nei prossimi tre o quattro mesi litigando su ogni dettaglio. E cerca, invece, di mettere in cantiere energie vitali, radicate ma, fino ad oggi, pervicacemente emarginate dai governi di ogni colore politico. Piuttosto che addentrarsi in proposte che verrebbero, a questo stadio, inevitabilmente targate ed attaccate, il manifesto introduttivo presentato, ieri, da Scotto di Luzio ha puntato a lanciare un messaggio di orgoglio e riscossa culturale. Rivolto ad una platea tanto vasta quanto disorientata. Schiava di ritmi di lavoro massacranti ed enormi responsabilità, ma pochissimo gratificata sia sul piano delle retribuzioni quanto su quello della carriera. Vedremo nei prossimi mesi se questo metodo di intervento raccoglie adesioni e consensi. Ma, nell'affollamento insopportabile di partitini personali che parlano solo al ceto della nomenklatura, Italia futura dà prova di una visione delle risorse umane su cui vale la pena di scommettere.

Tanto più che il mondo della scuola è disperatamente alla ricerca di qualche forma di valorizzazione. Gran parte dei suoi problemi non nascono dalla qualità degli insegnanti, che resta più che dignitosa. Gli handicap principali riguardano la ripartizione della spesa, che finisce per il 97% in stipendi, e solo in misera parte alle strutture. Giustamente Italia futura ha bandito un concorso di idee per mobilitare le maestre e i maestri d'italia a suggerire come potrebbero cambiare i luoghi in cui i nostri bambini trascorrono la gran parte delle loro giornate. Ed hanno il primo impatto con la presenza e il ruolo dello Stato. L'appartenenza alla comunità nazionale, il sentimento della cosa pubblica, nascono in aule per le quali mancano, ormai sempre più spesso, i rudimenti della convivenza civile.

Con l'aggravante che si fa sempre più invadente un'altra presenza formativa, quella virtuale e onnipresente della tv e dei cellulari. L'importanza strategica degli anni fondativi delle elementari sta anche nel fatto che si tratta dell'unico segmento educativo ancora non colonizzato dalla in-civiltà dell'homo videns. Più anonimi e disagevoli sono gli spazi reali della vita associata, più forte diventa la spinta, anche per i più piccini, a rifugiarsi nei posti senza luogo e contesto, ovattati ed imbellettati, ammanniti da mamma Tv.

Anche per questo una parte decisiva della sfida su come sarà la scuola di domani si gioca su un uso intelligente e culturalmente consapevole del mondo delle tecnologie. Non si tratta di accelerare l'uso indiscriminato dei computer, illudendosi che l'informatica possa supplire al vuoto drammatico di contenuti e motivazioni che oggi attanaglia i giovani. La rete, però, rappresenta un'opportunità straordinaria per apportare cambiamenti incisivi su vasta scala. Se è meritevole l'idea di creare in ogni scuola una biblioteca funzionante, e se il libro stampato resta uno strumento insostituibile di iniziazione alla conoscenza, la rapidità e diffusività che offre Internet va sfruttata senza esitazioni.
Invece, è proprio questo il comparto formativo in cui l'Italia segna oggi più clamorosamente il passo. E' qui che rischia di consumarsi il divario, la spaccatura più eclatante tra le nuove generazioni e la scuola. I ragazzi che passano su facebook la metà del loro tempo libero, spesso sottratto proprio allo studio, e che cercano frettolosamente su google informazioni superficiali da incollare nei compiti a casa, non parleranno solo male l'italiano. Diventeranno anche dei cattivi, distrattissimi cybernauti. Oggi, l'alfabetizzazione informatica non è meno importante di quella tradizionale. Ma è una partita che pochissimi, nelle cabine del decision-making, sono interessati a giocare.

Le eccezioni più rilevanti riguardano il panorama universitario. Sulla scia di esperienze pilota come l'open courseware del MIT di Boston, ci sono atenei italiani all'avanguardia, a cominciare dalla Federico II che offre una grande varietà di corsi in formato telematico sul suo portale «Federica». Ma la ricchezza eccezionale di accessi guidati - e gratuiti - al sapere accademico serve a poco se non c'è, a monte, un certosino lavoro educativo all'uso delle risorse di rete. Oggi i ragazzi possono attingere, liberamente e istantaneamente, a un'immensa Alessandria elettronica. Per farlo, hanno, però, bisogno che i loro insegnanti li aiutino a capire che la cultura è a portata di mouse.




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Adolfo Scotto di Luzio, autore del rapporto sulla Scuola
Storico e saggista, insegna
all'Università di Bergamo.
I suoi libri sul liceo classico e sulla crisi del modello scolastico italiano del secondo dopoguerra hanno suscitato un intenso dibattito.

La scuola ha perso la capacità di coltivare il gusto elitario della solitudine ed è rimasta letteralmente sommersa sotto la pressione uniformante dei linguaggi di massa. E' appena il caso di ricordare che elitario non significa "per ricchi", ma "per pochi", quei pochi che scelgono di condividere la fatica di uno studio rigoroso. Questa precisazione va fatta perché la polemica antielitaria da cui è stata investita in maniera crescente la scuola in questi ultimi decenni ama fregiarsi di idealità sociali, di un linguaggio sentimentale che fa costante appello alla generosità , alla giustizia, alla solidarietà , e nella cultura tende a riconoscere troppo spesso il privilegio di uno stato di possesso culturale e quasi mai la fatica di un acquisto. Ora, la differenza che passa tra ascrizione e acquisizione è esattamente quella che può distinguere un sistema del privilegio dal merito come fondamento della democrazia. Oggi pretendiamo di essere eccellenti dopo decenni in cui ci siamo esercitati pervicacemente a negare ogni legittimità ai linguaggi della distinzione. La rincorsa affannosa dell'eccellenza assume così i tratti beffardi di un atto tardivo. Quando non è (e lo è il più delle volte) vuota retorica. L'unico modo per essere eccellenti è esigere una scuola rigorosa e di qualità.


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