19 gennaio 2010

"Più selezione e aumenti solo ai migliori"

La Stampa - Intervista ad Adolfo Scotto di Luzio


Adolfo Scotto di Luzio insegna storia della scuola nell'Università di Bergamo ed è il ricercatore che ha curato il focus "Maestri d'Italia" per conto della Fondazione Italia Futura.

Professore, perché vi siete concentrati sui maestri anziché parlare - più in generale - della scuola?

"Perché parlare di scuola in Italia vuol dire sempre parlare delle riforme. Prima ancora di essere un fatto concreto, le riforme in Italia sono una retorica. Nella scuola questa retorica ha prodotto molti guasti. Invece che di riforme, dunque, abbiamo deciso di parlare degli insegnanti, cominciando proprio dai maestri, perché a loro è affidato il primo e più delicato segmento dell'istruzione in Italia".

Perché rifugge dall'idea di parlare delle riforme?

"E' bene essere chiari: abbiamo alle nostre spalle un decennio di riforme della scuola a ciclo continuo. I risultati sono francamente scadenti. Alla fine di questo decennio le condizioni della scuola sono decisamente peggiori di prima. Da questa stagione pseudoriformista la scuola è uscita esausta. E, calata la polvere delle riforme, ci si rivela un quadro drammatico degli apprendimenti degli studenti."

Per leggere l'intervista completa, scarica la versione pdf.




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Adolfo Scotto di Luzio, autore del rapporto sulla Scuola
Storico e saggista, insegna
all'Università di Bergamo.
I suoi libri sul liceo classico e sulla crisi del modello scolastico italiano del secondo dopoguerra hanno suscitato un intenso dibattito.

La scuola ha perso la capacità di coltivare il gusto elitario della solitudine ed è rimasta letteralmente sommersa sotto la pressione uniformante dei linguaggi di massa. E' appena il caso di ricordare che elitario non significa "per ricchi", ma "per pochi", quei pochi che scelgono di condividere la fatica di uno studio rigoroso. Questa precisazione va fatta perché la polemica antielitaria da cui è stata investita in maniera crescente la scuola in questi ultimi decenni ama fregiarsi di idealità sociali, di un linguaggio sentimentale che fa costante appello alla generosità , alla giustizia, alla solidarietà , e nella cultura tende a riconoscere troppo spesso il privilegio di uno stato di possesso culturale e quasi mai la fatica di un acquisto. Ora, la differenza che passa tra ascrizione e acquisizione è esattamente quella che può distinguere un sistema del privilegio dal merito come fondamento della democrazia. Oggi pretendiamo di essere eccellenti dopo decenni in cui ci siamo esercitati pervicacemente a negare ogni legittimità ai linguaggi della distinzione. La rincorsa affannosa dell'eccellenza assume così i tratti beffardi di un atto tardivo. Quando non è (e lo è il più delle volte) vuota retorica. L'unico modo per essere eccellenti è esigere una scuola rigorosa e di qualità.


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