19 gennaio 2010

Che scuola è se non insegna l'ortografia

La Stampa


di Paola Mastrocola

Il mondo è cambiato, il futuro avanza, mirabolanti innovazioni ci attendono ogni giorno e presto diventeremo azzurri come Avatar. Va bene, può darsi, ma intanto a scuola che si fa? Ieri a Napoli, ospiti di Italia Futura, ne abbiamo parlato, a partire proprio dalla scuola elementare.

Che è l’inizio di tutto, l’Origo Mundi, il principio del futuro, il punto dove parte l’istruzione, l’educazione, la passione e soprattutto la formazione della mente dei giovani. Credo sia giustissimo partire proprio di lì e sicuramente sostenere sempre più il lavoro dei «maestri d’Italia».

Adolfo Scotto Di Luzio, nella sua lucidissima analisi sullo stato della scuola, ci ha ricordato quanto valgano e quanto ci siano preziosi i maestri, ma anche quanto siano stati lasciati soli da uno Stato latitante che da anni ha abolito i programmi sostituendoli con generiche e fumose «Indicazioni ministeriali», uno Stato che ha pensato molto poco alla formazione dei maestri ma in compenso li ha sommersi di riforme confuse e contraddittorie ma soprattutto vuote di sostanza, svalutando il sapere a favore delle cosiddette competenze e allontanando sempre più la scuola dalla cultura.

Oggi più che mai è giusto, è doveroso chiederci quale sia la scuola elementare che vogliamo, oggi che i nostri giovani persino laureati, per eccesso di errori ortografici, non passano un concorso da vigile urbano (è successo in provincia di Grosseto qualche giorno fa).

Esiste una preoccupante nuova ignoranza a cui non possiamo assistere indifferenti. La maggior parte dei quindicenni di oggi che arrivano al liceo non sanno né leggere, né scrivere, né parlare. Hanno perduto il dono della parola: balbettano per mezzo minuto e restano in un silenzio imbarazzante, non capiscono i libri che leggono, non sanno scrivere quello che pensano, non conoscono la grafia corretta della loro lingua, hanno un lessico povero e limitato, non sanno leggere ad alta voce, prendere appunti, studiare, e ricordare quello che hanno letto.

È questo che volevamo ottenere quando negli Anni Settanta ci siamo battuti per una scuola più aperta e più democratica?

Oggi abbiamo una scuola elementare (molto lodata) in cui si fa preferibilmente teatro, pittura, canto, si dispongono i banchi in cerchio, si fanno gare di corsa nei corridoi e, anche, si leggono dei bei libri tutti insieme. Attività molto belle, divertenti, creative, di una scuola che desidera più che altro insegnare a stare insieme e aborre le nozioni, cioè le conoscenze, bollate ancora, e con insofferenza, come nozionismo.

Chiediamoci oggi tutti insieme se la strada è giusta, se è davvero questa la scuola elementare che vogliamo. Se sì, diciamolo chiaro e allora anche noi al liceo smetteremo di fare analisi logica e latino e greco e matematica e Dante e tutto ciò per cui ancora, ahimè, è necessario che i meccanismi del ragionamento e della costruzione del pensiero e quindi del discorso - orale e scritto - funzionino.

Ma se decidiamo davvero questo, allora smettiamo di stupirci o indignarci se 61 giovani non riescono nemmeno a diventare vigili urbani. Anzi, smettiamo anche di darne notizia.




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Adolfo Scotto di Luzio, autore del rapporto sulla Scuola
Storico e saggista, insegna
all'Università di Bergamo.
I suoi libri sul liceo classico e sulla crisi del modello scolastico italiano del secondo dopoguerra hanno suscitato un intenso dibattito.

La scuola ha perso la capacità di coltivare il gusto elitario della solitudine ed è rimasta letteralmente sommersa sotto la pressione uniformante dei linguaggi di massa. E' appena il caso di ricordare che elitario non significa "per ricchi", ma "per pochi", quei pochi che scelgono di condividere la fatica di uno studio rigoroso. Questa precisazione va fatta perché la polemica antielitaria da cui è stata investita in maniera crescente la scuola in questi ultimi decenni ama fregiarsi di idealità sociali, di un linguaggio sentimentale che fa costante appello alla generosità , alla giustizia, alla solidarietà , e nella cultura tende a riconoscere troppo spesso il privilegio di uno stato di possesso culturale e quasi mai la fatica di un acquisto. Ora, la differenza che passa tra ascrizione e acquisizione è esattamente quella che può distinguere un sistema del privilegio dal merito come fondamento della democrazia. Oggi pretendiamo di essere eccellenti dopo decenni in cui ci siamo esercitati pervicacemente a negare ogni legittimità ai linguaggi della distinzione. La rincorsa affannosa dell'eccellenza assume così i tratti beffardi di un atto tardivo. Quando non è (e lo è il più delle volte) vuota retorica. L'unico modo per essere eccellenti è esigere una scuola rigorosa e di qualità.


LE PROPOSTE DEL RAPPORTO

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