16 gennaio 2010

Montezemolo al Mattino: "Sud e tasse, ecco le priorità del Paese"

Il Mattino


di Antonio Troise


NAPOLI - Dalle riforme al fisco, dal Mezzogiorno alla Fiat: Luca Cordero di Montezemolo a tutto campo nell’intervista al Mattino in edicola oggi. Ogni volta che Luca Cordero di Montezemolo interviene in pubblico, si scatenano subito letture «politiche». C’è chi parla di lui come futuro premier, chi avanza l’ipotesi che la sua fondazione, Italia Futura, sia il primo tassello di un nuovo partito. Nell’intervista al Mattino, il presidente della Ferrari e della Fiat, parla a 360 gradi, dal Mezzogiorno al fisco, dalle riforme al futuro di Pomigliano. Ma vuole subito sgombrare il campo da ogni possibile equivoco sul suo impegno in politica: «La politica mi interessa come cittadino e come rappresentante di una classe dirigente che quando non si occupa della res pubblica viene considerata egoista e quando cerca di dare un contributo viene tacciata di invasioni di campo. Il mio impegno in Italia Futura è civile e politico ma non partitico, è una sfida che mi entusiasma al pari di quelle imprenditoriali che rappresentano oggi la parte più rilevante del mio tempo».

C’è un sondaggio che prevede, per lei, un futuro da premier nel 2012...

«Chissà dove sarò fra due anni. Magari a godermi un meritato riposo in un posto straordinario di cui sono innamorato da sempre come il golfo di Napoli».

Torniamo, allora, a Napoli. Perché dopo 50 anni di intervento straordinario il Sud non decolla?

«Il problema del Mezzogiorno è il problema con la P maiuscola del nostro paese. L’intervento straordinario ha dato esiti molto diversi: alcuni risultati importanti in tema infrastrutture e trasporti, molti sprechi di risorse. Ma soprattutto ha avuto la grandissima colpa di alimentare l’intermediazione politica, la burocrazia e la corruzione, trasformandosi in un ordinario strumento di mantenimento delle clientele. Il problema supera oramai da tempo la dimensione economica. Nel Sud i mille problemi dell’Italia sembrano moltiplicarsi e cresce la sensazione di "scoramento" e di rassegnazione. La prima sfida da vincere è questa, dobbiamo ribellarci all’idea di un meridione irrecuperabile. Perché se accettiamo l’ immagine indistinta del Sud allora anche le responsabilità saranno impossibili da individuare».

Quindi, non siamo condannati?

«Affatto. Esistono tante, sottolineo tante, eccellenze anche in Campania, penso ad esempio al distretto Cis-Interporto-Vulcano, un caso unico in Europa dove Ntv localizzerà le officine di manutenzione di Italo, che sarà il treno ad alta velocità più all’avanguardia al mondo. Un investimento da 100 milioni che darà lavoro a 250 persone e che abbiamo realizzato qui anche grazie ai tempi rapidissimi con cui la Regione ha espletato le pratiche autorizzative. È la dimostrazione che quando ci sono le condizioni oggettive per operare gli imprenditori sono pronti a scommettere sul Sud».

In che modo le eccezioni possono diventare la regola?

«Dobbiamo ripartire dallo Stato recuperando il senso di appartenenza ad uno spazio non solo geografico ma civile. Uno Stato la cui presenza si concentri sulle proprie fondamentali responsabilità: il contrasto alla criminalità, l’ordine pubblico, il decoro urbano, la gestione delle politiche dell’immigrazione, il presidio del territorio, la scuola, la sanità. Lo Stato deve ritornare ad essere protagonista nel Mezzogiorno prendendo coscienza che perlomeno in questa parte del paese il "federalismo all’italiana" è stato un clamoroso fallimento. Le risorse rimaste vanno concentrate su progetti che siano in sintonia con i tre driver fondamentali della crescita: logistica e infrastrutture, cultura e turismo, formazione ed innovazione. Dobbiamo ridurre al massimo la discrezionalità degli interventi. Continuo a pensare che la fiscalità di vantaggio e un taglio profondo della burocrazia aiuterebbero il Sud molto di più dei finanziamenti a pioggia gestiti dalla politica».

Non pensa che l’attuale classe dirigente meridionale, come sottolineato da Napolitano, abbia fallito?

«Nel mio discorso di presentazione di Italia Futura ho detto che la situazione dell’Italia rappresenta un fallimento non solo della politica ma della classe dirigente nel suo complesso. È il fallimento di una generazione come la mia che non è riuscita a trasformare il proprio successo individuale in un successo collettivo. Io credo che ciò valga in particolar modo al Sud dove nessuno si può chiamare fuori. Sono convinto, però, che la situazione stia cambiando e che ci sia consapevolezza di questa responsabilità».

Non c’è anche un problema di rappresentanza politica?

«Esiste un problema di quali istanze vengono rappresentate, non di creare un altro partito territoriale. Dobbiamo avere la consapevolezza che 50 anni di fallimenti nelle politiche sul meridione hanno generato disillusione al Sud e risentimento nel resto d’Italia che ha percepito, spesso giustamente, di buttare risorse per alimentare clientelismo e corruzione. Per questo un’ipotetica competizione tra un partito del nord ed uno del sud per spartirsi le poche risorse disponibili peggiorerebbe solo la situazione aumentando le divisioni nel paese. Occorre portare alla ribalta un progetto sul Mezzogiorno capace di coinvolgere tutto il paese perché come diceva Giustino Fortunato l’avvenire dell’Italia è tutto nel Mezzogiorno. IlSud sarà la fortuna o la sciagura dell'Italia».

A proposito di Sud: che fine farà lo stabilimento di Pomigliano?

«Pomigliano è e sarà uno stabilimento importante, per il quale la Fiat ha un progetto molto impegnativo. Mi riferisco all’idea di produrre qui la futura Panda, che garantirebbe livelli di produzione molto elevati. Nel suo segmento la Panda è la più venduta in Europa. Nel 2009 ne abbiamo prodotte circa 290.000. Questo progetto dimostra che la Fiat ha a cuore lo sviluppo industriale del Paese. L’investimento per Pomigliano è molto significativo perché bisogna ristrutturare l’impianto e formare le persone. È però indispensabile trovare una compatibilità economica per un intervento particolarmente complesso. La Fiat è disposta ad impegnarsi se però si realizzeranno le condizioni complessive, con la sicurezza di poter rispondere con tempestività alle richieste del mercato. Produrre la Panda sarà un salto di qualità per Pomigliano e anche un rafforzamento di tutta la struttura industriale della nostra azienda in Italia».

Rosarno ha portato alla ribalta l’emergenza immigrazione. Il Vaticano ci accusa di razzismo.


«I fatti di Rosarno rappresentano una vergogna indelebile per il nostro paese. Lo sfruttamento, le rivolte, la caccia all’uomo, lo scarico di responsabilità tra istituzioni nei giorni successivi agli eventi hanno portato alla luce il cuore di tenebra dell’Italia. La Calabria è una regione oramai fuori controllo che andrebbe commissariata. Ma in tutta Italia assistiamo ad eventi che lasciano sgomenti. Penso all’iniziativa del sindaco di un paese del Nord che ha lanciato una vergognosa campagna dal sinistro nome di White Christmas; non c’è dubbio che qualcosa stia cambiando. L’immigrazione è un fenomeno epocale che va gestito su più dimensioni: la sicurezza, il rispetto reciproco delle culture, i diritti e i doveri di cittadinanza. Per governarlo occorre ancora una volta uno Stato forte ed una politica capace di dare risposte invece di giocare sulle paure».

Si riparla di fisco. Si possono tagliare le tasse?

«Semplificazione e riduzione delle tasse devono essere una priorità di qualunque governo compatibilmente con la situazione della finanza pubblica. La distribuzione del carico fiscale è una delle grandi ingiustizie italiane. Siamo un paese diviso tra furbi-evasori e tartassati che lavorano più di sei mesi l'anno solo per pagare il fisco. Per questo ritengo che gli interventi vadano indirizzati nell’alleggerimento del carico fiscale per i lavoratori dipendenti, attraverso il taglio del cosiddetto cuneo fiscale e per le imprese con l’eliminazione progressiva dell’Irap».

Accanto al fisco ci sono tante riforme in cantiere. Perché non si riescono a tradurre in atti concreti?

«L’Italia è un paese bloccato, vittima di una transizione infinita. Le riforme non si fanno perché le diverse parti politiche hanno trovato un modo di sopravvivere ai propri oggettivi insuccessi trasformando il dibattito politico in uno scontro perenne tra opposte tifoserie. Questo fenomeno si è autoalimentato, e noi cittadini siamo in qualche modo corresponsabili per esserci prestati a questo gioco. Con la caduta delle ideologie avevamo sperato che si aprisse in Italia una stagione diversa dove i governi sarebbero stati giudicati per quanto realizzato e non per colorazioni politiche che hanno sempre meno senso. Purtroppo così non è stato, in Italia rimaniamo fermi ai guelfi e ai ghibellini e ciò è francamente scoraggiante. Per questo sono scettico sulla possibilità che in Italia si apra oggi una stagione di riforme condivise».

Non c’è speranza?

«La speranza ancora una volta viene dai giovani che dimostrano di essere refrattari a questi schemi usurati e dai tanti cittadini che sono sempre più stanchi di prestare orecchio a vecchi ritornelli. Esiste oggi in Italia la necessità che la politica torni ad esse una "forza tranquilla" capace di decidere e di indirizzare con autorevolezza e determinazione il potere dello Stato per ricostruire sicurezze ed unire il paese intorno ad un grande progetto di cambiamento. Nessuna maledizione condanna l’Italia o il Sud, possiamo essere un paese normale, anzi possiamo ritornare ad essere un paese straordinario».




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Adolfo Scotto di Luzio, autore del rapporto sulla Scuola
Storico e saggista, insegna
all'Università di Bergamo.
I suoi libri sul liceo classico e sulla crisi del modello scolastico italiano del secondo dopoguerra hanno suscitato un intenso dibattito.

La scuola ha perso la capacità di coltivare il gusto elitario della solitudine ed è rimasta letteralmente sommersa sotto la pressione uniformante dei linguaggi di massa. E' appena il caso di ricordare che elitario non significa "per ricchi", ma "per pochi", quei pochi che scelgono di condividere la fatica di uno studio rigoroso. Questa precisazione va fatta perché la polemica antielitaria da cui è stata investita in maniera crescente la scuola in questi ultimi decenni ama fregiarsi di idealità sociali, di un linguaggio sentimentale che fa costante appello alla generosità , alla giustizia, alla solidarietà , e nella cultura tende a riconoscere troppo spesso il privilegio di uno stato di possesso culturale e quasi mai la fatica di un acquisto. Ora, la differenza che passa tra ascrizione e acquisizione è esattamente quella che può distinguere un sistema del privilegio dal merito come fondamento della democrazia. Oggi pretendiamo di essere eccellenti dopo decenni in cui ci siamo esercitati pervicacemente a negare ogni legittimità ai linguaggi della distinzione. La rincorsa affannosa dell'eccellenza assume così i tratti beffardi di un atto tardivo. Quando non è (e lo è il più delle volte) vuota retorica. L'unico modo per essere eccellenti è esigere una scuola rigorosa e di qualità.


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