16 gennaio 2010

Riscoprire i maestri del «buon italiano» (utile anche alla democrazia)

Corriere della sera


di Gian Antonio Stella

I cari maestri che insegnavano la grammatica e le tabelline ed educavano i piccoli cittadini di un Paese in crescita a scrivere in bell' italiano, un bene per la democrazia. Un convegno e un dossier per rilanciare la scuola elementare e riportare la figura dell' educatore al suo ruolo centrale.

«Il Direttore, dopo aver parlato nell' orecchio al maestro, se ne uscì, lasciandogli accanto il ragazzo, che guardava noi con quegli occhioni neri, come spaurito. Allora il maestro gli prese una mano, e disse alla classe: - Voi dovete essere contenti. Oggi entra nella scuola un piccolo italiano nato a Reggio di Calabria, a più di cinquecento miglia di qua. Vogliate bene al vostro fratello venuto di lontano. (..) Vogliategli bene, in maniera che non s' accorga di esser lontano (..) fategli vedere che un ragazzo italiano, in qualunque scuola italiana metta il piede, ci trova dei fratelli».

Basterebbero da sole queste poche righe, tratte dal «Cuore» di Edmondo De Amicis, per ricordare quanto peso hanno avuto i maestri elementari nella vita del nostro paese. Maestri che non solo insegnavano l' ortografia e la grammatica e le tabelline e i mesi («trenta giorni ha novembre / con april giugno e settembre...») ma educavano i piccoli cittadini di un' Italia che credeva in se stessa: «Ricordatevi bene di quello che vi dico. Perché questo fatto potesse accadere, che un ragazzo calabrese fosse come in casa sua a Torino e che un ragazzo di Torino fosse come a casa propria a Reggio di Calabria, il nostro paese lottò per cinquant' anni e trentamila italiani morirono. Voi dovete rispettarvi, amarvi tutti fra voi; ma chi di voi offendesse questo compagno perché non è nato nella nostra provincia, si renderebbe indegno di alzare mai più gli occhi da terra quando passa una bandiera tricolore».

Era un italiano bello, armonioso ed elegante, quello dei maestri deamicisiani. E Dio sa quanto sia vero, come scrive lo storico Adolfo Scotto di Luzio nel dossier «Maestri d' Italia» che «parlare bene l' italiano fa bene alla democrazia». Italiano corrotto, democrazia corrotta. Per questo è benvenuto il convegno che, con la relazione citata e la presenza di Ernesto Galli della Loggia, Agostino Gallozzi, Andrea Gavosto e Paola Mastrocola si apre oggi a Napoli promosso da «ItaliaFutura», la fondazione presieduta da Luca Cordero di Montezemolo e diretta da Andrea Romano.

Le parole del dossier sono dure: «la scuola è letteralmente andata in pezzi» e «alla fine di un confuso e inconcludente decennio di riforme» appare oggi «priva di un centro; sprovvista di un' identità forte». «I libri di testo ripetono pedissequamente le indicazioni del centro e dunque ne riproducono anche la povertà culturale». «Il maestro è come sparito dall' orizzonte dell' educazione».

Basta con lo «scambio indecente che ha finito per danneggiare innanzitutto loro, i maestri: noi non vi paghiamo un euro di più, voi non siete tenuti a nessun miglioramento. È accaduto nella scuola perché è avvenuto in tutto il paese: un disinvestimento generalizzato dal futuro». Insomma «la scuola è stata uno dei banchi di prova della fallimentare transizione politica italiana».

Parlare di maestri, dunque, sottolineano i promotori, significa parlare del Paese. Del suo declino. Della necessità d' una rinascita. Non c' è futuro senza un investimento sugli scolari. Non c' è futuro senza un investimento sui maestri. Che restituisca loro il rispetto, la fiducia, l' autorevolezza del ruolo, uno stipendio giusto.

Certo, sarebbe un errore dipingere il passato a tinte pastello. Spiega ad esempio una ricerca di Daniela Belluschi che verso il 1880, nell' Italia del «Cuore» in cui la mamma incitava Enrico a pensare «alle tante maestre che son morte giovani, intisichite dalle fatiche della scuola, per amore dei bambini, da cui non ebbero cuore di separarsi», una giovane maestra guadagnava appena 450 lire l' anno e un maestro 550, quando muratori o fabbri ne prendevano dalle 650 alle 800. Né si possono rimpiangere gli anni in cui il maestro Benito Mussolini, mandato a insegnare in una elementare di Tolmezzo, si ritrovò con bimbi che arrivavano in classe a piedi nudi e coi vestitini laceri e le mani sporche al punto di far scrivere al futuro duce che «non si può pretendere un foglietto pulito da un bambino che fa il compito nella stalla». E tanto meno è da rimpiangere il Ventennio quando i maestri, pena l' espulsione, erano obbligati a far mandare a memoria che «l' occhio del Duce brilla / fisso sui suoi Balilla» e che «il passo romano di parata è un esempio di moto uniforme».

«Entro nell' aula scolastica con lo stesso animo dello zolfataro che scende nelle oscure gallerie», annota Leonardo Sciascia, il «Maestro di Regalpetra» (titolo della biografia scritta da Matteo Collura) spiegando il turbamento del primo impatto: «La distribuzione delle scarpe ai più bisognosi (due nella mia classe), ha riempito gli altri di recriminante invidia». E lo stesso Lucio Mastronardi, il «Maestro di Vigevano» forse più celebre fra tutti i maestri (con quel don Milani che aveva fatto della sua scuola Barbiana una tale calamita che «Luciano camminava nel bosco quasi due ore per venire e altrettanto per tornare») denunciava che «se la scuola fosse veramente essenziale (..) come si ripete e straripete, penso che i vari governi ci tratterebbero con maggior riguardo, e gli aumenti che ci concedono, dopo averci costretti a mendicarli quasi, non li farebbero pesare (..) in modo così volgare e meschino».

Guai a idealizzare il passato. Ma peggio ancora è rassegnarsi al presente. Per questo «ItaliaFutura» lancia l' allarme e promuove due iniziative. La prima: l' istituzione di biblioteche magistrali perché è indecente che troppe scuole ne siano prive. La seconda: «Ai maestri chiediamo idee per aiutarci a disegnare il tipo della nuova scuola italiana. Li vogliamo mettere in contatto con gli architetti, farli dialogare, aprire una grande discussione nazionale».

Obiettivo: un rapporto sulle «scuole elementari, luoghi della Nazione. Si tratta di farne un censimento fotografico, chiamando gli stessi maestri, con i mezzi a loro disposizione (camere digitali, telefonini, videocamere) a farsi fotoreporter dello stato dei luoghi dell' educazione. E con le immagini chiediamo ai maestri di mandarci le loro idee». Dopo di che sul posto «verranno poi inviati fotografi professionisti, pensando ad un vero e proprio viaggio per immagini nell' Italia scolastica dei nostri anni, dal Nord al Sud«. Fino a dare vita a una mostra nazionale dal titolo «Le scuole degli italiani». E chissà che un po' alla volta, riavuti il rispetto e il ruolo, i maestri non possano tornare a insegnare quel buon italiano utile alla democrazia. E magari a educare non solo dei bravi scolari ma dei bravi cittadini.




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Adolfo Scotto di Luzio, autore del rapporto sulla Scuola
Storico e saggista, insegna
all'Università di Bergamo.
I suoi libri sul liceo classico e sulla crisi del modello scolastico italiano del secondo dopoguerra hanno suscitato un intenso dibattito.

La scuola ha perso la capacità di coltivare il gusto elitario della solitudine ed è rimasta letteralmente sommersa sotto la pressione uniformante dei linguaggi di massa. E' appena il caso di ricordare che elitario non significa "per ricchi", ma "per pochi", quei pochi che scelgono di condividere la fatica di uno studio rigoroso. Questa precisazione va fatta perché la polemica antielitaria da cui è stata investita in maniera crescente la scuola in questi ultimi decenni ama fregiarsi di idealità sociali, di un linguaggio sentimentale che fa costante appello alla generosità , alla giustizia, alla solidarietà , e nella cultura tende a riconoscere troppo spesso il privilegio di uno stato di possesso culturale e quasi mai la fatica di un acquisto. Ora, la differenza che passa tra ascrizione e acquisizione è esattamente quella che può distinguere un sistema del privilegio dal merito come fondamento della democrazia. Oggi pretendiamo di essere eccellenti dopo decenni in cui ci siamo esercitati pervicacemente a negare ogni legittimità ai linguaggi della distinzione. La rincorsa affannosa dell'eccellenza assume così i tratti beffardi di un atto tardivo. Quando non è (e lo è il più delle volte) vuota retorica. L'unico modo per essere eccellenti è esigere una scuola rigorosa e di qualità.


LE PROPOSTE DEL RAPPORTO

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