16 gennaio 2010

Maestri d'Italia

Dalla parte di chi cresce gli italiani di domani

di Adolfo Scotto di Luzio

Fate un piccolo esperimento. Riandate con la memoria agli anni di scuola. Che cosa vi viene in mente? Accanto agli amici, agli amori, ognuno di noi conserva il ricordo del proprio maestro, che in Italia è più spesso una maestra. È stato il primo incontro con un adulto che non apparteneva alla cerchia ristretta degli affetti familiari.

A quell’adulto era ed è affidato un compito delicatissimo, prendere dei bambini e accompagnarli nella scoperta di quello che ancora non sono. È la prima, decisiva, esperienza culturale dell’individuo: la fuoriuscita dal mondo del proprio e l’incontro con l’estraneo. A questo serve la scuola: a farci prendere contatto con ciò che non conosciamo e che non appartiene alla sfera immediata della nostra esperienza quotidiana.

Quando arriviamo alle medie e di lì passiamo alla scuola superiore, molto è stato già fatto. Negli anni della scuola elementare gettiamo le basi della nostra riuscita futura. Possiamo pensare, e non avremmo tutti i torti, che il successo a scuola non annunci per forza la capacità di affermarsi nella vita. Quanti somari hanno avuto carriere brillantissime. Eppure la disponibilità ad apprendere o, al contrario, il sentimento di impotenza e di fallimento incombente di fronte alla spiegazione del maestro illuminano aspetti della personalità di un bambino che sta crescendo troppo importanti per sbarazzarcene con un sorriso di sufficienza o con una scrollata di spalle.

Per questo ci ricordiamo dei nostri maestri. Perché ci hanno aiutato a diventare uomini.

In questi anni si è molto parlato di scuola. E si è parlato molto poco dei maestri. Quando compaiono nel nostro discorso pubblico, i maestri sono come una massa informe, un tutto generico e indistinto. Sono i fannulloni della retorica demagogica del ministro Brunetta o sono i precari di un rivendicazionismo sindacale che in questi anni è stato tanto aggressivo quanto povero di idee.

Italia Futura è un’associazione che promuove dibattito pubblico e iniziativa politica. Vi si ritrova una generazione cresciuta nell’ ultimo quarto del Novecento e che oggi ha, più o meno, quarant’anni. Si è raccolta intorno alla figura di Luca Cordero di Montezemolo che ne ha condiviso il progetto e ne sostiene le attività. A Napoli presenta il primo rapporto sulla scuola. Si intitola Maestri d’Italia.

È frutto di uno studio che ho condotto nei mesi scorsi e di cui questa mattina parlerò a Bagnoli.

Nella scuola di oggi è l’ Italia di domani. Abbiamo deciso di parlare di scuola parlando dei maestri e non, per l’ennesima volta, di riforma della scuola. È una distinzione importante. Abbiamo alle spalle un decennio e più di riforme a ciclo continuo. I risultati sono francamente scadenti. Le condizioni generali della scuola oggi sono peggiori di ieri. Da questi anni di pseudoriformismo la scuola è uscita esausta, i maestri mortificati. Per questo parliamo di loro. Per ricordare al paese il ruolo insostituibile che hanno nella costruzione della comunità nazionale. Senza i maestri non c’è nemmeno la nostra democrazia.



Copyright Il Corriere del Mezzogiorno. 16 gennaio 2010.





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Adolfo Scotto di Luzio, autore del rapporto sulla Scuola
Storico e saggista, insegna
all'Università di Bergamo.
I suoi libri sul liceo classico e sulla crisi del modello scolastico italiano del secondo dopoguerra hanno suscitato un intenso dibattito.

La scuola ha perso la capacità di coltivare il gusto elitario della solitudine ed è rimasta letteralmente sommersa sotto la pressione uniformante dei linguaggi di massa. E' appena il caso di ricordare che elitario non significa "per ricchi", ma "per pochi", quei pochi che scelgono di condividere la fatica di uno studio rigoroso. Questa precisazione va fatta perché la polemica antielitaria da cui è stata investita in maniera crescente la scuola in questi ultimi decenni ama fregiarsi di idealità sociali, di un linguaggio sentimentale che fa costante appello alla generosità , alla giustizia, alla solidarietà , e nella cultura tende a riconoscere troppo spesso il privilegio di uno stato di possesso culturale e quasi mai la fatica di un acquisto. Ora, la differenza che passa tra ascrizione e acquisizione è esattamente quella che può distinguere un sistema del privilegio dal merito come fondamento della democrazia. Oggi pretendiamo di essere eccellenti dopo decenni in cui ci siamo esercitati pervicacemente a negare ogni legittimità ai linguaggi della distinzione. La rincorsa affannosa dell'eccellenza assume così i tratti beffardi di un atto tardivo. Quando non è (e lo è il più delle volte) vuota retorica. L'unico modo per essere eccellenti è esigere una scuola rigorosa e di qualità.


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