Maestri d'Italia. Dalla Parte di chi cresce gli italiani di domani.

5.1 La scuola che verrà

La scuola italiana è stata abbandonata, in questi anni, in una specie di terra di nessuno. È difficile resistere alla sensazione di estraneità che comunicano le parole, i provvedimenti, la quantità di interventi che pure si sono spesi in tutto questo tempo al suo riguardo. L’idea diffusa è che la scuola sia destinata al tramonto e che altre e più potenti agenzie educative non solo le contenderanno spazio e ruolo ma con la loro capacità pervasiva, la loro elasticità accelereranno il collasso di una struttura rigida, imponente, elefantiaca, incapace di rispondere in maniera efficace alle sollecitazioni di un ambiente fluido e in rapida e continua trasformazione.

In molti, in questi anni, hanno provato a tracciare scenari possibili per il futuro, ma la verità è che la scuola che verrà sarà la scuola che vogliamo oggi. E oggi siamo di fronte ad alcune scelte cruciali che decideranno del nostro futuro. Alle spalle abbiamo un fallimento, è inutile negarcelo. Dieci anni e più di riforme, che hanno esasperato il mondo degli insegnanti, accentuato la demotivazione degli studenti e delle loro famiglie e, soprattutto, non sono riusciti a modificare il sentimento di un inesorabile degrado.

Questo fallimento affonda le sue radici in anni cui è mancato un disegno chiaro riguardo alla scuola. Le riforme che si sono succedute hanno provato a tenere in vita un sistema già malato, la scuola del post Sessantotto, senza interrogarsi minimamente sulle ragioni della sua malattia.

A questo punto siamo tenuti a scegliere, e la scelta è tra una società senza istituzione scolastica, che si pensa come un sistema reticolare e l’ istruzione stessa delle giovani generazioni immagina come una rete sostenuta dalle tecnologie dell’ informazione e della comunicazione, più potenti, più accessibili, più economiche; luoghi di apprendimento diffusi e non istituzionalizzati. E invece una società che investe nella scuola come istituzione dedicata allo sviluppo intellettuale dei giovani.

Lo sviluppo tecnologico sarà imponente? Questo non produrrà un’ umanità diversa. I bisogni di base restano gli stessi di ieri. L’errore, che è una forma di camuffamento ideologico, è pensare che i nostri figli siano più competenti e più maturi di come lo eravamo noi alla loro età, o di come lo erano i loro nonni. Non è così. La modificazione dell’ ambiente culturale e l’accentuazione degli stimoli non cambia i termini del rapporto educativo, perché non cambia la natura degli uomini. I bambini e poi gli adolescenti vanno accompagnati nella loro crescita. Nutriti di affetto e di sapere, perché possano articolare il loro mondo interiore, i propri contenuti personali e portarli alla soglia di un’ espressione chiara di sé e del mondo.

Dopo la famiglia, questo lo può fare solo la scuola. Ma la scuola sono gli insegnanti. È a loro che viene demandato il compito di accompagnare e sostenere lo sviluppo morale e intellettuale dei giovani.

Ora, sarebbe ben strano un discorso che per rivolgersi agli insegnanti esordisse dicendo: siete una specie in via di estinzione.

Noi invece crediamo negli insegnanti perché crediamo nella funzione insostituibile dell’ istituzione scolastica.

Le nostre proposte non pretendono certo di fornire soluzioni sul terreno della micro politica per un oggetto, la scuola, che vive al contrario della capacità della politica di interpretare il paese e il suo futuro. Le proposte che facciamo servono a restituire la scuola sul terreno che gli è più proprio: la trasmissione della cultura.

Con queste proposte vogliamo rivolgerci ai maestri con un linguaggio diverso e restituirgli le parole che hanno perduto.

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Storico e saggista, insegna all' Università di Bergamo. I suoi libri sul liceo classico e sulla crisi del modello scolastico italiano del secondo dopoguerra hanno suscitato un intenso dibattito.



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