Maestri d'Italia. Dalla parte di chi cresce gli italiani di domani.

4.1 Figure di sistema: gli insegnanti

La scuola degli anni a venire poggerà su due pilastri: gli insegnanti e i dirigenti scolastici.

La partita andrà giocata sul terreno del sistema scolastico nazionale e non delle singole istituzioni autonome. Bisogna imparare a concepire queste due figure come figure di sistema, custodi del modello unitario di riferimento della scuola italiana, e non come semplici funzioni periferiche.

Non si restituisce dignità ai maestri senza restaurare la loro autorità nella scuola. Che vuol dire, innanzitutto, rispedire alle famiglie, quello che le famiglie in questi anni hanno scaricato sulle spalle della scuola: la responsabilità, niente meno, del successo formativo dei loro figli.

La convinzione che la motivazione allo studio e dunque l’impegno degli studenti dipendano esclusivamente dall’insegnante ha accompagnato il trionfo in questi anni di un’ idea di scuola come servizio educativo per la società.

Il ragionamento è stato grosso modo questo: la società ha bisogno della scuola come ha bisogno di un qualunque altro servizio alla collettività. Nel caso specifico si tratta di accudire i minori per un certo numero di anni, fornirgli un bagaglio cognitivo minimo, rilasciare loro, alle diverse uscite del percorso, un titolo di studio tale da legittimare certe aspirazioni e mortificarne altre.

Su queste basi non resta più niente in cui credere o per il quale valga veramente la pena impegnarsi, se non il calcolo degli interessi. E quando in gioco ci sono solo gli interessi, le parti in causa sono legittimate alla tutela. Di qui, sul fronte dei maestri, la debolezza pubblica di voci che non parlano il linguaggio della rivendicazione corporativa; sulle fronte delle famiglie, la trasformazione dei genitori in sindacalisti dei loro figli.

La scuola ha oggi bisogno di ritornare ad un sistema chiaro di valutazione degli studenti. Il percorso cominciato con il ministro Fioroni e continuato dal ministro Gelmini va affrontato con maggiore determinazione e senza tentennamenti. Il rischio che si interrompa è forte. Le ambiguità sono ancora forti.

Bisogna ricordare sempre che il rigore e la selezione sono una garanzia per chi non ha altre risorse che il proprio talento e per come è concepita oggi, la scuola rischia di giocare contro il talento. Ispirata ad un egualitarismo ideologico, che si rifiuta di distinguere i migliori, essa di fatto abbandona i bravi al loro destino: chi può si paga le scuole migliori e magari va a studiare nelle grandi università straniere, chi ha solo il proprio talento si prende la scuola che gli tocca in sorte. Così il sistema di istruzione viene meno alla sua funzione storica: promuovere la mobilità sociale. Che non è solo una questione di reddito, è bene ricordarlo. Nel nostro paese, tenendo conto dei suoi dati storici e geografici, mobilità sociale ha significato e significa spostamento territoriale e trasferimento di sfere di cultura.

Ora, una scuola rigorosa non è esigente solo con i propri studenti. Presuppone insegnanti adeguatamente preparati.
Da anni ormai la scuola italiana vive una situazione incredibile che si è aggravata con il tempo e di cui l’opinione pubblica non ha un’ adeguata consapevolezza.

Da almeno dieci anni non si svolgono concorsi. Nel 2007 le graduatorie provinciali sono state messe ad esaurimento e di conseguenza le scuole di specializzazione per l’insegnamento hanno portato a termine il loro ultimo ciclo biennale senza riaprire i battenti a nuovi aspiranti professori. Bisogna anche aggiungere, senza molti ripianti.

Di fatto la scuola italiana, dalle elementari alle secondarie, è inaccessibile a nuovi insegnanti ed è priva di un sistema credibile di regolazione della carriera magistrale: che vuol dire formazione e reclutamento. L’unico modo residuo per insegnare nella scuola è costituito oggi dalle domande di incarichi e supplenze. Paradossalmente, la scuola che ha chiuso l’accesso ai nuovi insegnanti riproduce solo posizioni precarie. Contribuisce cioè all’ indebolimento dello statuto professionale del maestro e alla sua perdita di autorità sociale.

Nel caso della scuola elementare, in particolare, è da più di trent’anni che si parla di formazione universitaria dei maestri. Eppure oggi quasi due terzi dei maestri non ha un titolo di studio di livello accademico.

Dopo una stagione di riforme a ciclo continuo, è questo il punto a cui siamo arrivati. E nel groviglio di conflitti, che si è stretto attorno a questa delicata materia, è possibile leggere l’avventatezza, la mancanza di un disegno chiaro e plausibile, in molti casi l’approssimazione che purtroppo hanno governato le vicende della scuola italiana al passaggio tra XX e XXI secolo. La scuola è stata non l’ultimo dei banchi di prova della fallimentare transizione politica italiana.

La posta in gioco è evidente. Formazione e reclutamento degli insegnanti non riguardano gli attuali aspiranti. Si tratta di disegnare oggi il profilo dei maestri di domani.

La domanda rilevante in questa faccenda non è come si diventerà maestri, ma quali contenuti dovranno nutrire l’esercizio del magistero.

È inutile nascondersi che veniamo da una lunga stagione di svalutazione della cultura e del sapere e che l’impoverimento della vita scolastica a tutti i livelli è l’esito di questa svalutazione.
Avremo prima o poi un nuovo meccanismo del reclutamento. Non è detto che questo meccanismo risolva il problema principale: il buon insegnante è colui che conosce bene quello che è chiamato ad insegnare. Il resto è accessorio, frutto dell’ esperienza e di un lungo lavoro.

Come sempre è accaduto e sempre accadrà ci saranno insegnanti pieni di talento e insegnanti che si limiteranno a sbarcare il lunario. Nessuna pedagogia e nessun metodo è in grado di produrre il buon insegnante. Una buona preparazione, tuttavia, alimenta il talento degli uni e garantisce gli allievi dalla scarsa passione degli altri.

Né vale l’obiezione che una preparazione disciplinare va bene per i professori e non per i maestri. Non stiamo parlando di tecnici specialisti e una disciplina è tale perché attraverso lo studio serio e approfondito si acquisiscono abiti mentali di ordine e di rigore intellettuale sulla base dei quali è possibile fondare non solo una conoscenza ma un’ etica.

La scuola italiana da anni si affanna attorno al problema della crisi educativa. Le risposte che si dà sono generalmente prescrittive e ammonitorie: l’educazione alla cittadinanza, l’educazione al dialogo tra le culture, l’educazione stradale, l’educazione affettiva, l’educazione alimentare. Poi magari capita che i bambini siano costretti a mangiare cibi precotti, in piatti di plastica, sui banchi dove fino a poco prima hanno fatto lezione. E allora viene spontaneo chiedersi dove stia l’educazione in tutto questo.

Resta tuttavia inevaso, in questo proliferare di discorsi programmaticamente educativi, proprio il problema della disciplina, di un abito mentale cioè e di una forma di regolazione delle condotte che le menti e i cuori in formazione dei bambini acquisiscono attraverso il lento lavorio dell’ applicazione intellettuale.

Ora, a cosa si applica questo lavoro? A quali contenuti?

Il discorso vale per i bambini, certo; ma anche i maestri sono stati dei bambini, allievi e studenti di una scuola che in questi anni si è fatta sempre più povera di contenuti culturali.

Per dirla in breve, oggi il problema più importante per la formazione di un buon maestro è la sua cultura. Investire nella cultura del maestro è questa la chiave della soluzione del problema scolastico. E cultura da sempre significa letteratura, filosofia, storia, matematica, scienza della natura.

Come la riflessione scientifica è tanto più ricca quanto più è raffinata l’osservazione del mondo nello scienziato, alla stessa maniera il maestro porta nella relazione con gli allievi la ricchezza dei suoi contenuti personali.

Si può fare educazione all’ immagine o musicale o motoria, se un maestro non ha mai visto la Cappella Sistina o se non conosce Picasso, oppure se non sa spiegare perché stiamo in piedi in una certa maniera e camminiamo chi in un modo e chi un altro?

Insomma, che ne è del maestro quando non sa riconoscere lo stile del mondo?

Una ricca preparazione culturale non garantisce, certo, di questo elemento. Tuttavia coltiva il genio di chi lo possiede e vincola tutti gli altri ad un sistema comune di riferimenti. Ed è di questo che la scuola italiana ha oggi soprattutto bisogno.

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Storico e saggista, insegna all' Università di Bergamo. I suoi libri sul liceo classico e sulla crisi del modello scolastico italiano del secondo dopoguerra hanno suscitato un intenso dibattito.



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