Maestri d'Italia. Dalla parte di chi cresce gli italiani di domani.
4. Come venirne fuori
A somiglianza della società, la scuola ha così cominciato a pensarsi come un microcosmo a base negoziale dove tutti sono vincolati ad una astratta stima reciproca e nessuno è dotato di autorità. O dove al più l’ autorità si riduce ad una funzione regolativa dei turni di parola.
Ne è derivato un trionfo di formalismi che lentamente ha svuotato la scuola dei suoi contenuti e che invischia insegnanti e famiglie in una rete di organismi collegiali senza veri poteri e senza capacità reali di gestione.
La scuola senza più indirizzo è il frutto di una società che si è spogliata degli strumenti concettuali per pensare la propria unità. Di qui la sua dismissione a vantaggio di una generica dimensione sociale e comunitaria dell’ educazione; e, soprattutto, una serie di ricadute concrete. L’ indebolimento della scuola nelle società del tardo Novecento è l’esito della depoliticizzazione della sfera pubblica e del trionfo della cosiddetta micro politica, l’idea cioè di piccoli gruppi che trovano piccole soluzioni ai problemi locali della loro convivenza.
Nella vita concreta della scuola il trionfo di questo orizzonte negoziale ha significato niente più programmi. Al loro posto, come si è visto, la programmazione. Una pratica, che nelle illusioni di chi l’aveva pensata doveva svolgersi sullo sfondo di un fervore collaborativo, ma che ben presto è diventata una vuota formalità, oltre a contenere tutti i rischi della privatizzazione della funzione educativa.
Le cose non sono andate meglio sul fronte della democrazia scolastica. La presenza delle famiglie nella scuola si è rapidamente inaridita e oggi la partecipazione alle elezioni degli organi collegiali ha dimensioni irrisorie che dicono di una effettiva scomparsa di quegli istituti nati sull’ onda dell’ assemblearismo post Sessantotto.
La natura incerta dei ruoli e dei compiti, la finzione di un’autonomia che per le scuole ha significato proliferazione di obblighi di tipo burocratico e nulli o pochi poteri reali di gestione delle dirigenze, tuttavia, non è senza effetti sulla vita morale delle istituzioni scolastiche.
La promozione di un’ idea pattizia della democrazia nella scuola italiana e l’arroganza rafforzata dalla retorica del politicamente corretto, da un lato, ha sguarnito gli insegnanti di ogni autorità, esponendoli senza più nessuna tutela sul fronte del rapporto con le famiglie e, soprattutto, con gli studenti nelle aule; dall’ altro, li ha autorizzati di fronte all’ amministrazione centrale e alle dirigenze scolastiche alla rivendicazione di una sorta di principio di non ingerenza che ha indebolito e indebolisce l’idea stessa di governo unitario del nostro sistema di istruzione.
Ripristinare l’autorità dei maestri significa operare su due fronti. Rispetto alle famiglie e nei rapporti con l’istituzione. La scuola è una dimensione cruciale del governo della popolazione. Gli addetti a questo governo sono doppiamente esposti: dirigono le famiglie, indicando loro con sicurezza ciò che è meglio sul terreno della formazione culturale dei loro figli; iscrivono il loro ruolo all’ interno di un disegno più ampio e si vincolano al suo rispetto.