Maestri d'Italia. Dalla parte di chi cresce gli italiani di domani.

3.2 La Costituzione del buon selvaggio

I programmi del 1985 mettevano una grande enfasi sul tema della razionalità. Si parlava di un bambino della ragione e, sulla linea di svolgimento della riflessione epistemologica di quegli anni, si schierava la scuola sul fronte di una crescita di massa della razionalità. A partire da quegli anni, la scuola è stata il teatro del trionfo degli indirizzi cognitivi nelle scienze sociali e delle teorie dell’ istruzione.

Quella celebrazione, tuttavia, nascondeva e nasconde la presa d’atto di un tramonto che è all’origine di molte ambiguità attuali. La razionalità propagandata dai pedagogisti apparteneva alla sfera delle credenze. Era, al più, un ideale adottato dalla società occidentale e come tale non poteva avanzare nessuna pretesa su qualsiasi altro ideale delle molteplici società umane. La sua validità residua stava in un insieme di tecniche di conoscenza di cui il bambino si sarebbe dovuto appropriare. Per il resto, non aveva nessuna capacità di fondare la convivenza umana. La ragione come strumento contraddiceva in maniera radicale alla fiducia nella possibilità dell’uomo di attingere una nozione universalmente valida di bene e di buona vita in comune.

Il bambino arrivava a scuola ricoperto della sua identità particolare come da una seconda pelle. Da lì comincia quell’abuso di parole come memoria e antropologia che caratterizza fino alla nausea la cultura scolastica e non solo dei nostri anni. Spogliare il bambino di quella pelle sarebbe stato come scorticarlo vivo.

Le implicazioni sono naturalmente molteplici: ad una società civile ed economica incapace di pensarsi come società politica, corrispondeva una scuola che si concepiva come spazio della mediazione e della negoziazione tra diversi irriducibili.

Questo spazio non è in grado, evidentemente, di produrre una figura unitaria; si lascia definire in termini esclusivamente processuali: è l’insieme delle procedure in grado di assicurare la mediazione tra interessi e punti di vista differenti.

Ha però bisogno di una nuova giustificazione ideale: trent’anni prima era stata la religione, come fondamento e coronamento dell’ istruzione elementare; trent’anni dopo, è la scuola sotto il tetto dei principi della Costituzione repubblicana.

Della Costituzione però i programmi valorizzavano soltanto una dimensione, il lato pattizio e pluralistico, sottovalutando completamente il problema dell’ espressione e della rappresentazione dell’ unità politica. Per la scuola della fine del Novecento e per i suoi teorici, c’erano in altri termini solo i diritti e non la sovranità. Le garanzie e non la legge. La giurisdizione e non la politica.

È un orientamento in linea con movimenti più ampi nella sfera della cultura e con la diffusione di un’ idea di democrazia di tipo contrattualistico, dove la convivenza è assicurata non dal comune riconoscimento di valori universali, ma dall’ assunzione che nessuno dei valori in gioco sia in grado di avanzare pretese rispetto agli altri.

È il trionfo di una dimensione piattamente orizzontale della democrazia, dove si può solo morire dalla noia e che infatti produce nella società e, soprattutto, nella scuola dei nostri anni il proliferare di tentativi violenti per sottrarsi a questa noia. Il bullismo nasce da qui. Dal bisogno naturale di ripristinare gerarchie. Quando non c’è più la cultura e non ci sono più le istituzioni, che sono la forma elaborata della verticalità, resta solo il linguaggio naturale della forza.

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Storico e saggista, insegna all' Università di Bergamo. I suoi libri sul liceo classico e sulla crisi del modello scolastico italiano del secondo dopoguerra hanno suscitato un intenso dibattito.



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