Maestri d'Italia. Dalla parte di chi crese gli italiani di domani.
2.4 L'autolesionismo degli insegnanti
C’è senza dubbio una sociologia della crisi dei maestri, così come le trasformazioni nella sfera della politica e delle tecniche del governo della popolazione spiegano molte delle difficoltà cui vanno incontro attualmente i sistemi educativi in Italia e nelle altre democrazie occidentali.
Ma sono soprattutto le parole ad orientarci.
Nella forma culturale dei nostri tempi il linguaggio prevale sulla ragione e la realtà è il modo della sua descrizione.
Per questo oggi il linguaggio ha una tale rilevanza per la politica e molti dei conflitti politici attuali vertono sulle parole.
Nel caso della scuola italiana e di quella elementare in particolare, due sono le parole dominanti dei nostri tempi: il modulo e l’ autonomia.
Importa notare subito nell’ uso che se ne fa, lo scarto
davvero troppo forte tra una certa loro pretesa all’ auto evidenza (la scuola del modulo, la scuola dell’ autonomia) e i ragguagli effettivi che queste parole forniscono sulla realtà descritta.
Se del modulo possiamo dire che è un modo di impiego degli insegnanti nelle classi, che cos’è invece l’autonomia?
Come vedremo meglio più avanti, l’impossibilità di rispondere in modo chiaro e non equivocabile a queste domande cambia notevolmente le carte in tavola.
Le parole sono in questo caso delle formule magiche mascherate da affermazioni sulla realtà.
Prendete proprio l’esempio dell’ autonomia: la sua evocazione allude ad una condizione della scuola che si fa capace di rispondere in maniera finalmente adeguata ai diversi bisogni formativi degli alunni, alle richieste delle loro famiglie, alle specificità locali.
Ma come tutto questo si realizzi non ci è dato di sapere. Oltre all’ assunzione implicita che noi sappiamo cos’è l’autonomia, che non abbiamobisogno di ulteriori spiegazioni e che la scuola di prima non lo era e per questo oggi possiamo dire sicuramente che era imperfetta e inadeguata.
La linguistica dell’autonomia è ammonitoria ed esortativa: la scuola deve essere autonoma e, si dice generalmente, più autonoma. Il che significa che c’è un meno e un di più, che però hanno un alone mitico: sono rispettivamente il cattivo passato e il radioso avvenire. In mezzo ci sono le forze della reazione che ostacolano il progresso e gli eroi buoni che combattono per la sua realizzazione.
Sembra una semplice parola, mentre contiene il nucleo generativo di un romanzo della scuola.
Quello che tuttavia questo romanzo non dice è altro: quante decisioni possono prendere le singole scuole? Quanto valgono quelle decisioni, con quali modalità vengono prese, come cambia la struttura del potere scolastico, quanti obblighi e quanta capacità decisionale vengono effettivamente trasferiti alle scuole? È possibile rilevare un nesso positivo tra autonomia e qualità della scuola? Tra autonomia e apprendimento degli studenti? Niente di tutto questo viene specificato.
La parola autonomia illumina un mondo di magnificenze e al tempo stesso rende impenetrabile il suo reale funzionamento.
La parola è carica di doni, di cose altamente desiderabili; scredita quello che c’era prima, riconfigura lo spazio dell’ analisi come un campo di battaglia. L’autonomia è al tempo stesso una linea temporale che qualifica il prima e il dopo e il confine tracciato per separare nettamente conservazione e rivoluzione.
Questo modo di considerare le cose della scuola è oggi largamente dominante e riflette un atteggiamento culturale che privilegia come oggettivo il cliché, la facciata composta di dati classificati, e rigetta ogni tentativo di penetrare l’esperienza dell’ oggetto.
Non c’è nessuno spazio, sul terreno di questo atteggiamento, per la valorizzazione dell’ esperienza individuale del maestro, che viene totalmente sacrificata alla risoluzione della maggioranza e al sistema dei pregiudizi convenuti.
Possiamo allora trovare una misura adeguata al valore dei maestri, quando abbiamo smarrito le parole capaci di sottrarli alla loro standardizzazione?
Gli insegnanti sono oggi imprigionati in una rappresentazione pubblica che li raffigura come un blocco inarticolato. Sono tutti uguali, sia nella rivendicazione che nella denigrazione. Gli esiti, neanche a dirlo, sono gravi.
Il venir meno del linguaggio della distinzione non solo pregiudica la possibilità di soluzioni innovative sul terreno della retribuzione, ma più in profondità cancella nella coscienza media dei maestri la voglia stessa di distinguersi, curando innanzitutto la propria formazione culturale, qualificando il proprio impegno didattico.
In questi anni si è proposto agli insegnanti uno scambio indecente che ha finito per danneggiare innanzitutto loro, i maestri: noi non vi paghiamo una lira di più, voi non siete tenuti a nessun miglioramento.
È accaduto nella scuola perché è avvenuto in tutto il paese: un disinvestimento generalizzato dal futuro.
Tuttavia va anche detto che l’acquiescenza che gli insegnanti hanno largamente mostrato davanti a questo scambio equivale in termini psicologici ad una forma di aggressione autoriferita. Gli insegnanti hanno finito per aderire all’immagine peggiore che veniva offerta di loro.