Maestri d'Italia. Dalla parte di chi cresce gli italiani di domani.
2.2 La parola maestro
Ai maestri si continuano a chiedere tante cose e niente che abbia veramente a che fare con l’ insegnamento. Come se le ragioni del proprio magistero gli insegnanti le debbano cercare sempre altrove.
Devono essere di volta in volta assistenti sociali e psicologi; gli si chiede di prendersi cura, di accogliere, di fare da balia.
Sempre, queste richieste si portano dietro un messaggio: diffidate di voi. Di fronte allo studente di nuovo tipo, si dice, quello che sapete non basta; il vostro intuito, la vostra capacità di partecipazione e immedesimazione, la vostra cultura sono insufficienti, anzi spesso vi portano fuori strada.
Vi manca il metodo, la tecnica, il sapere professionale necessario per mettere piede in un’aula.
Il maestro è, nel discorso oggi dominante sulla scuola, una figura diminuita, appartiene ad un altro secolo, alla scuola che si dice tradizionale e per ciò stesso delegittimata, in attesa che sorga il nuovo professionista dell’ educazione.
Di fronte al professionista moderno stanno le figure patetiche della maestrina dalla penna rossa e il fitto catalogo dei pedagoghi ottocenteschi. Dalle nostre parti deamicisiano è notoriamente un insulto.
Davanti ai maestri l’imbarazzo comincia dalle parole. Maestro lo dicono ormai solo i bambini e le mamme in attesa davanti al portone della scuola. Per il resto, sono genericamente insegnanti, risorse umane, personale docente, organico e funzioni strumentali. Diciamo maestra Anna, maestra Giulia, maestra Rosa con un tono familiare che se pretende di rassicurare genitori e figli, dice solo della progressiva abolizione di ogni idea di uno spazio pubblico, convenzionale e separato, dove valgono regole diverse da quelle informali della cerchia privata e familiare.
Nel discorso pubblico la parola maestro compare come tra virgolette. Riveste di una patina antica e affettuosa i suoi più burocratici e asettici sinonimi.