Maestri d'Italia. Dalla parte di chi cresce gli italiani di domani.

2.1 Quello che sappiamo dei maesti e quello che conta

E così da molto tempo abbiamo smesso di parlare dei maestri. Intendiamoci, la scuola è onnipresente nel nostro discorso pubblico e non mancano le ricerche. Ma sui maestri come educatori è calato un velo di pudore ideologico che equivale ad una rimozione culturale.

Sappiamo chi sono i nuovi insegnanti, a che età accedono al ruolo e con quali motivazioni; cosa si aspettano varcando la soglia di una classe e quali paure, invece, ne trattengono il gesto educativo; il rapporto con le famiglie e la gestione dell’aula in particolare.

Sappiamo quanto durano in media gli anni di precariato e quali incentivi trattengano gli aspiranti in fila.

Sappiamo anche che non tutte le file sono lunghe uguali; che se per molte non basterà una generazione a smaltirle, altre si sono già esaurite o quasi. E così, nei prossimi anni, il problema sarà non un generico sovraffollamento della carriera. Ci saranno materie di insegnamento con tanti di quegli aspiranti che non sapremo che farcene, mentre per altre quasi non avremo di come soddisfare alla richiesta.

Inutile dire che la penuria è scientifica e tecnologica. E riguarda il Nord più che il Sud.

Non mancano naturalmente gli effetti di distorsione sull’ opinione pubblica che questo modo di rappresentare la scuola genera.

La strutturazione della carriera scolastica sulla base di una contrapposizione tanto netta tra gli anni dell’ attesa e l’immissione in ruolo produce una drammatizzazione psicologica della soglia, di fatto l’unico vero passaggio nella vita professionale dell’ insegnante. E questo ha cambiato e cambia profondamente la percezione della scuola.

I temi del welfare sono diventati preponderanti e le ragioni del magistero completamente assorbite dalle preoccupazioni dell’ organizzazione del lavoro. E così succede che sul piano della rappresentazione pubblica il precario surroga l’ insegnante e nella polemica intorno al modulo e al maestro unico, un aspetto tipico, e tutto sommato secondario, dell’ organizzazione didattica ha potuto assumere un rilievo tale da soppiantare l’ istituzione che lo contiene, la scuola elementare appunto.

In questo modo si è finito per scambiare la parte per il tutto e si è persa la capacità di integrare gli aspetti particolari della scuola in una visione unitaria della sua identità culturale e delle sue finalità.

Della scuola sappiamo, così, tante piccole cose, ma non quelle poche che veramente contano.

Sappiamo ad esempio dell’ autonomia, delle speranze che ha destato e delle cocenti delusioni che ne sono derivate, dell’ ambizione dei nuovi insegnanti ad assumersi responsabilità nella gestione e nella direzione delle istituzioni scolastiche autonome. Almeno all’inizio, prima che l’inerzia burocratica della carriera ne assorba gli entusiasmi e ne stemperi le energie.

E vale la pena qui segnalarla da subito la contraddizione, di chi rivendica la scelta di una carriera difficile e poi progetta il modo di evaderne. E gli insegnanti hanno trovato molti modi per evadere in questi anni. Il più eclatante, sicuramente, quello della mobilità territoriale. Un via vai di sedi e di domande di trasferimento che ogni anno prefigurano come una generalizzata diserzione dal posto educativo.

Perché?

Perché la carriera procede con troppa lentezza e perché le sue gratificazioni sono scarse, la retribuzione inadeguata, tanto che il prezzo non vale la lontananza?

Soprattutto perché il maestro, in questi anni di riformismo ad oltranza, che molto poco ha riformato e molto messo in agitazione, è rimasto privo di una adeguata copertura simbolica.

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Storico e saggista, insegna all' Università di Bergamo. I suoi libri sul liceo classico e sulla crisi del modello scolastico italiano del secondo dopoguerra hanno suscitato un intenso dibattito.



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