Maestri d'Italia. Dalla parte di chi cresce gli italiani di domani.
1.5 Parlare bene l'italiano fa bene alla democrazia
C’è un aspetto ulteriore che voglio mettere in rilievo ed è il rapporto tra identità culturale e sfera pubblica. Riguarda il ruolo che la scuola ha giocato e può giocare nella ricostruzione di questa sfera, oggi impoverita e svuotata.
L’ insegnamento scolastico ha fornito lungo la seconda metà del Novecento uno degli esempi più cospicui di come si possa parlare ad un numero vasto di persone in modo serio e approfondito. Negli anni della costruzione della democrazia italiana nelle sue aule si è coltivata quell’ arte civile del discorso che forse è il contributo più importante che l’educazione possa dare alla democrazia.
I maestri sono stati i depositari di quest’arte. Hanno insegnato ai loro allievi ad ascoltare, a soppesare gli argomenti, a scegliere quelli più rilevanti, a rispondere ad essi. Gli hanno fornito soprattutto il mezzo per farlo. Non un mero strumento per lo scambio comunicativo, ma una lingua di cultura, capace di analizzare contenuti intellettuali complessi e di esprimerli in maniera piana ed elegante.
Oggi questa funzione della scuola è gravemente pregiudicata e le radici del pregiudizio stanno nella crisi dell’ insegnamento della lingua italiana.
Si è indebolito fino a dileguare il nesso storico tra lingua e tradizione letteraria. L’idea di lingua propagandata oggi dalla nostra scuola è puramente strumentale. Di qui il richiamo che sull’ opinione pubblica esercitano periodicamente due miti apparentemente contrapposti: il dialetto e l’inglese.
Si tratta come è ovvio di cose molto diverse tra loro. La pluralità linguistica è un dato costitutivo dell’ identità italiana; la forza di penetrazione dell’ inglese è invece una delle dimensioni rilevanti dell’ universalismo democratico del secondo dopoguerra. Il suo prestigio, tra le generazioni nate a partire dalla fine degli anni Quaranta, è legato essenzialmente all’ arretramento del movimento della subordinazione che caratterizza prima o poi lo sviluppo delle società europee dopo la fine della seconda guerra mondiale.
L’inglese del tardo Novecento è in altre parole la lingua della democratizzazione dei rapporti tra gli individui.
Non è questo tuttavia ad essere in gioco oggi sul terreno della scuola. L’ italiano, considerato come un mero strumento dello scambio comunicativo, da un lato, è più debole di fronte alle pretese affettive del dialetto e ai legami comunitari concreti che in esso si esprimerebbero; dall’altro, deve misurare la sua efficacia rispetto alle capacità performative della lingua universale per eccellenza.
È evidente che su questo terreno la partita è già persa prim’ ancora di cominciare. L’esito non è, come è facile constatare, un arricchimento della sfera espressiva dei giovani.
Al contrario, lo spettro di un nuovo analfabetismo, nell’ era della scolarizzazione universale, torna a bussare alle nostre porte.
Il fatto è che la recisione dei legami della lingua con l’insegnamento della letteratura ha comportato nella scuola italiana di questi anni una progressiva dismissione dell’ esercizio della lettura accurata dei testi da parte degli allievi. E con la lettura è venuta meno l’esperienza della scrittura come lavoro scrupoloso di selezione delle parole e di adeguazione dell’ espressione ai sentimenti e ai pensieri. Parlare e scrivere sono strettamente connessi e scrivere è sempre un parlare per iscritto.
Sul terreno della perdita di questo tipo di esperienza culturale, un tempo propiziata dalla scuola, si spiegano la povertà espressiva delle nuove generazioni, le gravi difficoltà che si riscontrano tra i più giovani nella sintesi e nell’ organizzazione del pensiero, la sempre più estesa incapacità della scuola di resistere alla pressione dei linguaggi di massa e di sottrarre la trama dei rapporti quotidiani tra gli allievi e tra questi e i loro insegnanti alla stereotipia linguistica.
Una scuola così sguarnita non produce soltanto giovani sprovvisti di un corredo simbolico adeguato. Alcuni di questi giovani sono diventati e diventeranno a loro volta insegnanti, in un ciclo di riproduzione dello svantaggio culturale che ha esiti gravissimi proprio nella sfera della cittadinanza.
L’impoverimento del linguaggio e la decadenza che ne deriva dell’ arte civile del discorso assumono infatti particolare rilievo in rapporto ai processi della politica.
Il discredito per le leadership attuali e l’idea negativa ormai largamente diffusa della cittadinanza, concepita come un occhio pubblico ossessivo e persecutorio puntato sui politici perché rendano conto della loro integrità morale, dice di un demos problematico, costantemente in bilico tra il rischio di diventare folla rancorosa e antidemocratica oppure nuovo popolo.
Il discrimine tra queste due possibilità sta nella capacità di dare, attraverso la cultura, una nuova identità al popolo. Spetta soprattutto alla scuola esercitare questo ruolo: articolare culturalmente il soggetto politico della democrazia. E il primo modo per farlo è un insegnamento linguistico adeguato.