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1.2 Armonie non prestabilite

Recentemente, il ministro dell’ Istruzione ha ritenuto di dover intervenire in questa situazione con un apposito atto di indirizzo emanato nel settembre del 2009.

Attualmente i contenuti dell’ insegnamento nella scuola italiana del primo ciclo, grosso modo dai 3 ai 14 anni, un pezzo rilevante del futuro del paese, stanno nelle Indicazioni nazionali allegate al decreto del 19 febbraio del 2004, n. 59.

Erano i tempi del ministro Moratti.

Nel 2007, il nuovo governo Prodi, ministro Fioroni, ha pensato di correggere quel testo con le Indicazioni per il curricolo.

Due governi, due ministri, due quadri ideologici differenti. Da un lato, la minuta elencazione di obiettivi e la prescrizione schematica del modo di insegnarli; dall’ altro, l’individuazione di macroaree di discipline e di attività e molti discorsi sulla Costituzione, sulla globalizzazione e sul nuovo umanesimo. Nel 2004, era evidente la pretesa della pedagogia universitaria di farsi scienza prescrittiva della scuola, fornendo agli insegnanti veri e propri modelli di progettazione didattica; nel 2007, l’approccio era decisamente più negoziale, ma restava intatta l’ambizione di questi anni: oggettivare al massimo il processo educativo. Limitando dunque discrezionalità e soggettività degli insegnanti, la cui libertà diventa residuale e si riduce alla libera scelta del metodo migliore.

Come si regola la scuola?

Le indicazioni di Fioroni hanno costituito per il biennio 2007-2009 un punto di riferimento per la progettazione dei piani di studio. Ma le indicazioni del 2004 non sono state formalmente abolite.

Nel marzo del 2009 un decreto del Presidente della Repubblica ha stabilito che per i prossimi tre anni debbano restare in vigore tanto le indicazioni della Moratti che le correzioni di Fioroni; in attesa di una compiuta armonizzazione, avverte il legislatore.

Tre anni non sono pochi.

Dal punto di vista di un bambino della scuola elementare sono più della metà del suo percorso scolastico. Per questo il ministro, a settembre è dovuto intervenire; perché, prima che la ricerca didattica compia il suo corso e si trovi il bandolo della matassa, gli insegnanti possano almeno contare su una cornice unitaria per il proprio lavoro.

Quando si parla della scuola è questo il quadro che bisogna tenere presente. Da almeno dieci anni manca un orientamento chiaro alla sua azione educativa. E quello che verrà, per il momento è custodito nei laboratori della ricerca e della sperimentazione didattica.

Ancora un’ altra considerazione. Spesso i documenti di un’ amministrazione non sono soltanto la carta giustificativa di certe azioni. Valgono soprattutto come un segno dei tempi.

Dei nostri tempi, l’atto di indirizzo emanato nel settembre del 2009 dice di una tardiva resipiscenza, della presa d’atto di una scuola senza direzione, in cui l’autonomia ha significato la proliferazione di cellule (sono quasi undicimila le istituzioni scolastiche nel nostro paese) tendenzialmente anarchiche.

Qual è il risultato di questa mancanza di indirizzo? Misurata sull’ arco scuola elementare – scuola media, quello che i documenti ufficiali del nostro sistema di istruzione chiamano il primo ciclo, la situazione è questa: molti studenti appaiono non in grado di padroneggiare conoscenze fondamentali per proseguire con successo il percorso di studi nella scuola secondaria.

È questo il dato gravissimo di cui prende atto il ministro e che il linguaggio burocratico dei documenti dell’ amministrazione non vale ad esorcizzare.

Tutto bene dunque? Finalmente la scuola italiana ha ritrovato una guida unitaria? Speriamo.

È bene tuttavia non dimenticare che indirizzo non significa la scuola ha un indirizzo, bensì la scuola fin’ora non l’ha avuto. È necessario fornirglielo.

La posta in gioco degli anni a venire sarà questa: riportare l’ autonomia delle parti dentro l’autonomia del sistema scolastico.

I due termini non sono esattamente la stessa cosa. La linea che li separa divide il territorio della scuola come funzione dei privati da quello della scuola come funzione pubblica.

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Storico e saggista, insegna all' Università di Bergamo. I suoi libri sul liceo classico e sulla crisi del modello scolastico italiano del secondo dopoguerra hanno suscitato un intenso dibattito.



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