L'integrazione in ogni scuola
Studenti stranieri
di
Miguel Gotor
Sono figlio di una professoressa che per oltre un decennio ha insegnato in uno dei più grandi istituti tecnici industriali di Roma, sito all’Esquilino, uno dei pochi quartieri effettivamente multietnici della capitale, con un livello di immigrati cinesi e slavi già molto alto all’inizio degli anni Novanta. Ricordo le difficoltà e i racconti di mia madre l’anno in cui si trovò in una classe con oltre una decina di studenti cinesi che non parlavano l’italiano e ai quali avrebbe dovuto spiegare il diritto e l’economia: forse è per questo motivo che sono particolarmente sensibile al problema sollevato dal ministro Mariastella Gelmini che nei giorni scorsi ha proposto di fissare un tetto del trenta per cento di studenti stranieri in ogni prima classe delle elementari, delle medie e delle superiori.
In base a questa esperienza condivido l’idea della Gelmini per una serie di ragioni didattiche, civili e politiche, oltre al fatto che mi sembra ispirata a principi di buon senso. Anzitutto, reputo sbagliato raggruppare gli studenti stranieri tutti in determinate classi che tendono via via a trasformarsi in veri e propri «ghetti» di fatto, vale a dire nel prolungamento scolastico di concentrazioni urbane ad alta densità di immigrazione come appunto l’Esquilino a Roma o il quartiere «Barriera di Milano» a Torino.
In secondo luogo, è bene considerare che la scuola pubblica dell’obbligo è oggi in Italia un luogo «misto» per definizione dal punto di vista sociale, etnico, religioso e culturale, e dunque si è trasformata in uno dei principali strumenti di integrazione, la prima palestra democratica della nuova cittadinanza del futuro. Le classi «ghetto» di alcune scuole, ove, in determinati quartieri romani, torinesi o milanesi si possono registrare percentuali record di una presenza straniera multietnica sono la negazione di questo modello repubblicano e costituzionale perché di fatto istituiscono delle classi differenziate.
Infine, anche sul piano didattico, un eccesso di stranieri che possono avere difficoltà linguistiche evidenti e spesso provengono da realtà familiari disagiate, produce inevitabili rallentamenti nei programmi scolastici e tende ad abbassare il livello della preparazione di tutta la classe. Se invece la percentuale di stranieri fosse distribuita equamente il lavoro dell’insegnante ne uscirebbe avvantaggiato. Un impegno prezioso, paradossalmente uno dei più delicati e trascurati del nostro tempo che invece dovrebbe essere riqualificato, formato, responsabilizzato, valutato attraverso un adeguato investimento economico e corretto uso delle risorse pubbliche.
Mi sembra importante che il ministro Gelmini abbia voluto precisare che dalle percentuali saranno esclusi quanti sono nati in Italia da genitori stranieri. Si tratta del 37% del totale e sarebbe un errore gravissimo coinvolgerli nel provvedimento giacché hanno fatto la scuola materna in Italia, parlano perfettamente la nostra lingua e spesso il dialetto della zona in cui sono cresciuti. Discriminarli in base al colore della loro pelle, all’esotismo del cognome o al luogo di nascita dei genitori, che da dieci-quindici anni vivono e lavorano nel nostro paese e pagano regolarmente le tasse sarebbe un comportamento dall’insopportabile sapore razzista.
Alcune critiche a questa proposta mi appaiono alimentate dal partito preso: è sbagliata per principio perché viene dal governo. Altre perplessità mi sembrano, invece, ispirate da un eccesso di astrazione, ad esempio quando hanno confrontato il fallimento di simili provvedimenti negli Stati Uniti degli anni Settanta facendo riferimento a realtà urbane come Los Angeles, in cui i genitori, da un giorno all’altro, furono costretti a spostare i loro figli da una scuola all’altra con viaggi di ore su bus scassati. L’astrazione deriva dal fatto che in Italia, in nessun luogo - per ragioni storiche e geografiche - esistono agglomerati urbani come Los Angeles e realtà di meticciato come quelle presenti negli Stati Uniti. Nel nostro paese il problema si potrebbe risolvere, nelle grandi città come Roma o Milano, con spostamenti di massimo un chilometro dal momento che ogni quartiere ha diverse scuole. Nei centri più piccoli, come ad esempio Modena o Reggio Emilia, con due colpi di pedale in più, senza eccessivi traumi, ma con indubbi vantaggi sul piano della formazione e della convivenza culturale, civile e politica della nostra comunità nazionale. Due colpi di pedale in più, utili a mescolare e non a separare, ad aprire e non a chiudere, a integrare e non a dividere, ma soprattutto ad insegnare che una nuova idea di cittadinanza deve necessariamente implicare il riconoscimento di diritti e di doveri condivisi. Del resto, questa è l’autentica sfida che abbiamo davanti a noi: a questo proposito, una scuola pubblica autorevole e un buon insegnante, possono fare molto, anzi moltissimo. Bisogna darci dentro e pedalare, tutti insieme nella stessa direzione.