La mancanza di visione

La transizione infinita/7

di Marco Simoni , pubblicato il 11 gennaio 2010
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I dati pubblicati nel dossier di Italia Futura racchiudono un interessante paradosso. Osservati nel loro insieme, offrono l’immagine desolante di un Paese immobile che, di conseguenza, viene superato dagli altri, vicini e meno vicini. Un Paese che sembra aver perso prospettive, in maniera proporzionale ai risibili investimenti sul proprio futuro. Eppure l’Italia degli ultimi quindici anni è stata attraversata da una serie di cambiamenti superiori a qualsiasi altra democrazia avanzata. L’intero arco costituzionale è mutato. Partiti di diverso orientamento politico si sono succeduti al governo nazionale e a molti livelli locali, anche loro oggetto di profondi cambiamenti istituzionali. Sono state varate riforme importanti in campo economico: il quindicennio cominciò con le riforme concertate sulla contrattazione, sulle pensioni, seguite da modifiche del mercato del lavoro. Un elenco parziale continua con la menzione delle riforme dell’università e della scuola. Ingenti privatizzazioni sono state portate a termine, il sistema bancario è stato ristrutturato profondamente, nuove norme del diritto fallimentare e sull’antitrust sono state approvate. Eppure, nonostante questo notevole sforzo riformatore, i risultati sono sconfortanti e anzi la retorica delle “riforme di cui l’Italia ha bisogno” imperversa in maniera tremendamente superficiale nel dibattito pubblico. Si tratta di una retorica che tende a riportare costantemente le lancette dell’orologio all’anno zero, invocando, non sempre in maniera responsabile e credibile, un nuovo inizio da cui il Paese possa finalmente rinascere.


Investigare le cause profonde del fallimento d’insieme di quindici anni di riforme esula chiaramente lo spazio di un breve articolo. Tuttavia, il dato più macroscopico è legato al fatto che le pur lodevoli iniziative che diversi governi hanno intrapreso, non sono mai state caratterizzate da una visione d’insieme e da un progetto politico coerente, finendo per rimanere intrappolate dalle tendenze corporative e conservatrici dei diversi settori, e senza la capacità di narrare un futuro possibile per l’Italia nel suo insieme. E’ la costante assenza di una narrativa nazionale con una chiara idea di progresso radicata nell’esperienza italiana a caratterizzare il quindicennio della transizione infinita. Questa assenza, al contrario, ha alimentato la retorica delle riforme palingenetiche, sacro Graal degli ultimi quindici anni. In assenza di una visione, si lascia intendere che essa eppure esiste, appena dietro l’angolo.


Le esperienze riformatrici di successo che, in epoche diverse, hanno caratterizzato altri paesi, non sono mai avvenute in maniera bipartisan, con grandi accordi tra governo e opposizione. Al contrario sono state frutto, a destra come a sinistra, di una visione complessiva efficace, partigiana, e, soprattutto, chiara. Si possono citare esempi diversi tra loro, come quello dei conservatori della Thatcher, l’austerità delle riforme di Mitterand, la durezza liberista di Reagan o la terza via di Tony Blair. Si potrebbe continuare. In tutti questi casi, riforme in settori economici e sociali molto diversi tra di loro non sono state portate avanti in isolamento le une dalle altre, ma combinate da una narrativa fondata sulla esperienza nazionale che non ripudia il passato, ma lo affronta per comprenderlo e superarlo.


L’importanza di una narrativa nazionale coerente non è legata solo alla necessità democratica di raggiungere consenso popolare su un progetto comprensibile. Il consenso della maggioranza per un periodo sostenuto di tempo è una condizione certamente fondamentale. Tuttavia, alla luce dei dati offerti da Italia Futura, sembra chiaro come una coerenza di fondo sia necessaria affinché le istituzioni economiche e sociali riformate possano generare complementarietà positive rafforzando a vicenda gli effetti positivi dei cambiamenti, anziché generare gli incentivi perversi che sembrano dominare attualmente il nostro Paese. Infatti, quel che caratterizza l’Italia di oggi è l’assenza di un modello di capitalismo coerente, la coesistenza di difetti tipici di modelli diversi tra loro, come quelli più coordinati o più liberali, senza che essi possano essere compensati – o meglio, tramutati in virtù – da altre istituzioni maggiormente complementari.


Gli angoli fondamentali tra cui individuare complementarietà, e sostenere riforme per ridurre gli incentivi perversi di cui soffre oggi l’Italia, sono quattro: il sistema del credito, il sistema di relazioni industriali, il sistema della formazione professionale ed universitaria, ed il diritto societario, che determina le relazioni tra le imprese. Gli scorsi quindici anni ci raccontano una storia caratterizzata da numerose riforme, in questi quattro ambiti, rimaste zoppe o, talvolta peggio, concepite in maniera avulsa dal contesto di paese a cui si riferivano. Riforme che hanno scontentato molti, senza raggiungere risultati soddisfacenti. Riforme senza visione e senza un originale carattere nazionale, due cose delle quali, dopo quindici anni di transizione infinita, si sente quanto mai bisogno.



tag:  riforme   stallo   economia   consenso   opposizione  


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#1 da flavio rossini, inviato il 12/1/2010
Concordo con l'analisi di Marco Simoni aggiungendo che oltre la mancanza di visione manca una mancanza di direzione che è più devastante della mancanza di visione in sè. Negli ultimi quindici anni, il periodo della transizione infinita, la mancanza di visone unita allla mancanza di direzione ha creato danni al sistema paese poichè non vi è stata, dal punto di vista della politics, una chiara presa di posizione sui temi fondamentali della gestione della politica. La mancanza di visione e di direzione in un'azienda è la condanna al fallimento, a coloro che sono ai vertici aziendali viene chiesta la capacità di decione, la decision making, che dà direzione e, se scelta in modo giusto porta risultati. Ad ogni modo la decisione è fondamentale a prescindere e quando ci si trova di fronte ad un bivio le possibilità sono due: o prendere una decisione su quale strada scegliere, valutando tutti gli elementi utili alla scelta che può portare benefici o no, ma anche nel caso si faccia la scelta sbagliata (alcuni possono essere felici di trovare in fondo alla strada scelta anche un precipizio, dipende dall'interesse di colui che sceglie) il tutto è sempre meglio della immobilità di fronte alla decisione. Questa visione è caratterizzante dei sistemi anglosassoni che vedono nella decion making la fonte dell'organizzazione in genere, qualità, l'organizzazione, che a noi italiani non è riconosciuta a livello globale come principale.



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