La sanità

La transizione infinita/6

di Walter Ricciardi , pubblicato il 7 gennaio 2010
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I cittadini del nostro Paese hanno oggi una aspettativa di vita in buona salute tra le migliori nel mondo, un’assistenza pediatrica gratuita per tutti i bambini, una diagnostica ad alta tecnologia e un prontuario farmaceutico a carico della sanità pubblica tra i più generosi d’Europa, ma negli ultimi anni registrano un crescente livello di disuguaglianza nell’accesso ai servizi sanitari e negli indicatori di salute.

I problemi che viviamo hanno origine non lontano nel tempo, e sicuramente gli ultimi quindici anni sono stati quelli in cui l’Italia ha manifestato, proprio in sanità, il massimo della sua eterogeneità geografica, culturale, economica e sociale.

Dopo la prima fase storica del nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN), universalistico, gratuito per i cittadini al momento dell’uso perché finanziato con la tassazione, che va dal 1978 al 1992, siamo entrati in una fase, appunto di transizione, caratterizzata da:

• regionalizzazione, cioè attribuzione delle competenze gestionali alle singole regioni;

• aziendalizzazione, cioè trasformazione delle UUSSLL in organizzazioni (almeno teoricamente) da gestire in modo professionale, adeguato al bilancio ed agli obiettivi da raggiungere.

Questo passaggio ha poi visto un ulteriore cambiamento epocale con la “riforma costituzionale” del 2001 che ha portato all’accentuazione dei meccanismi di devoluzione sanitaria e di federalismo fiscale.

Attualmente nei media e nell’opinione pubblica, c’è un radicato convincimento che l’assistenza sanitaria rappresenti un problema reale ed avvertito dalla maggioranza dei cittadini, problema poi che in certe regioni assume contorni di vero e proprio disastro.

In generale, sono la qualità e l’efficienza del sistema ad essere messe in discussione, il che comporta una ricaduta in termini di “malasanità” e di disuguaglianza nelle prestazioni che investe intere regioni e, a macchia di leopardo, molta parte del territorio nazionale.

Potrebbero essere numerosissimi gli indicatori di inefficienza del SSN, basti però citare che oggi l’Italia, nonostante venga in teoria assicurato l’accesso gratuito a tutti alle cure sanitarie, è l’unico paese europeo con oltre il 30% del totale della spesa privata in sanità, il che non può avere altre spiegazioni se non l’insufficienza del SSN ad espletare i propri compiti.

Molte Amministrazioni Regionali sono state infatti caratterizzate da una inadeguata e, alfine, fallimentare gestione di un sistema così complesso come quello sanitario.

Le ultime, a volte devastanti indagini giornalistiche e giudiziarie hanno messo in luce alcuni fenomeni che investono direttamente la responsabilità della politica, sia di destra che di sinistra, come componente determinante del degrado istituzionale ed amministrativo nell’ambito del Servizio Sanitario Regionale.

L’indagine di recente pubblicata sul Sole24ore sulla diretta appartenenza politica di tutti (diconsi tutti) gli oltre 400 Direttori Generali di ASL e Aziende Sanitarie, di cui il 70% “in quota” ai partiti di centro sinistra, ed il 30% “in quota” ai partiti di centro destra, è la riprova di ciò che è da tutti avvertito, e cioè dell’occupazione ubiquitaria della politica nell’ambito della sanità.

A ciò fa riscontro la relazione del Procuratore Generale della Corte dei Conti sull’aumento generalizzato della corruzione nell’amministrazione pubblica ed in specie nella sanità.

Sono argomenti, questi, da cui si alimenta un diffuso sentimento di antipolitica in tutto il paese.

Direttore dell'Istituto di Igiene dell'Università Cattolica di Roma e dell'Osservatorio Nazionale per la Salute nelle Regioni Italiane. E' il primo Editor non inglese dell'Oxford Handbook of Public Health e componente non americano del National Board of Medical Examiners degli Stati Uniti d'America.


tag:  sanità   federalismo   disuguaglianza   riforma costituzionale   regioni  


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#3 da Andrea Frediani, inviato il 14/3/2010
Concordo con quanto riportato nell'articolo e credo che le cause all'origine del problema siano molteplici. In sintesi:
1) nel passaggio verso la dimensione aziendale è mancata la "formazione" di personale adeguata a svolgere una funzione improntata alla gestione organizzativa. Molti primari si sentono investiti di tale compito (anche per gestire il potere) ma non ne hanno competenza. Ciò crea due problemi: a) abbiamo spesso una persona inacapace che vuole assurgere a ruoli di management con ovvie conseguenze deleterie per i nostri bilanci (è ancora un mistero la logica degli incentivi dati a pioggia)b) in tempi di tagli al personale alcuni singoli quindi si ritraggono dalla funzione operativa per posizionarsi in comodi ruoli gestionali. NON E' FUNZIONALE AL SISTEMA, le aziende sanitarie sono piene di personale amministrativo che con una adeguata formazione potrebbe affiancare le équipe operative nella gestione dei singoli dipartimenti!.
2) La politica esiste e purtoppo ha portato con sè il concetto di mediocrazia nella sanità (medio-crazia non da media ma da mediocre). Il privato da un punto di vista operativo, quando non è figlio di scandali e corruzione, è invece tempestato da leggi tese al controllo ed alla vigilanza. Bene così, mi viene da pensare, ma perchè questa necessità di stimolo è sempre più disattesa nel pubblico? per esempio vi invito a documentarvi sui regimi transitori che vengono applicati con scadenze diverse tra strutture pubbliche e private.
3) E' vero, la via è la partecipazione della utenza alla valutazione, progettazione (tramite apposite associazioni) e controllo. Ma non con due ridicoli moduli sulla soddisfazione dell'utente messi a fatica su una parete di un ambulatorio....
Bisogna pensare nuovi modelli e l'unico concetto base dal quale si deve partire è elementare: trasparenza.

#2 da ilario, inviato il 18/1/2010
Poiché l'attuale metodo di selezione della Dirigenza Generale della Asl é diretto a creare un rapporto di fiducia tra chi governa la Regione e chi l'amministra, credo che occorra effettuare una vera e propria riforma del settore per evitare che quel legame si trasformi in "dipendenza" dal potere politico. Gli attuali parametri, ormai superati, per la selezione delle Dirigenze sono le tessere di partito (inutile negarlo) e gli obiettivi economici da raggiungere. Al momento ne manca un terzo e fondamentale: il consenso degli utenti. Forse questo dovrebbe essere prioritario con un metodo non elettivo ma valutato sul campo e certamente trasparente, senza trasformarlo in populismo poichè ci riporterebbe ad una crescita incontrollata della spesa sanitaria.

#1 da Riccardo, inviato il 8/1/2010
dovremmo risolvere il problema di chi metterci e in base a quale requisiti. Purtroppo dove vi sono soldi c'è il politico di mezzo che deve fare favori, a discapito della qualità e del servizio al cittadino.



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