Vittorie perdute

La transizione infinita/5

di Vittorio Emanuele Parsi , pubblicato il 4 gennaio 2010
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Se esiste un campo nel quale le cose sono davvero cambiate nell’eterna transizione tra “prima” e “seconda” repubblica, questo è il campo della politica estera, in particolar modo nella dimensione relativa alla sicurezza. I tempi in cui un governo e una coalizione di “ovvia” collocazione atlantica facevano fatica a inviare 8 Tornado per partecipare alla campagna di liberazione del Kuwait, lanciata dall’ONU dopo l’invasione da parte irachena (1990-1991), appaiono incredibilmente lontani. Da allora l’Italia, a prescindere dal colore della coalizione di governo, ha partecipato attivamente a tutte le operazioni di peace-keeping o peace-enforcing, sotto l’egida dell’Onu (Libano 2006-), della NATO (Kososvo 1999, Afghanistan 2001-), e persino nell’ambito delle semplici “coalizioni di volenterosi” inventate da George W. Bush (Iraq 2003-2006). Maggioranze di colore opposto sono apparse consapevoli che il mutato scenario internazionale richiedesse anche all’Italia di assumersi più rischi, a partire da quelli relativi alla partecipazione alla fornitura di stabilità e sicurezza del sistema internazionale, se non voleva autocondannarsi alla totale irrilevanza. Oggi, d’altronde, non basta più essere (membri della NATO e dell’Unione Europea), occorre fare (riempire di concretezza le proprie appartenenze).

E, vincendo notevoli pregiudizi, a iniziare da quelli interni, l’Italia fa: non solo le sue Forze Armate ribaltano stereotipi persino più vecchi della stessa unità nazionale, ma la società nel suo complesso mostra di “tenere” anche quando il costo umano e politico delle decisioni adottate si presenta per l’incasso (si pensi a Nassiryia o allo stillicidio di attentati mortali in Afghanistan). Non solo. In un sistema politico in cui le opposte fazioni non sembrano mai in grado di legittimarsi davvero fino in fondo, sempre convinte di poter definitivamente spazzare il campo dalla presenza degli avversari, e in cui le forze maggiori appaiono costantemente sotto il ricatto degli alleati minori e più radicali (PRC PdCI, Lega, IDV) o delle componenti più livorose al loro stesso interno, sulla politica estera di sicurezza si realizza un progressivo atteggiamento bipartisan. Quando il centrosinistra è al governo, più di una volta l’opposizione di centrodestra interviene in suo aiuto per compensare la defezione della sinistra antiamericana in occasione del voto di rifinanziamento delle missioni o dell’ampliamento della NATO. Quando il centrodestra decide di sostenere gli USA, dopo la caduta del regime di Saddam Hussein, l’opposizione di centrosinistra evita accuratamente di finire schiacciata sulle posizioni più “piazzaiole” e movimentiste. Cosa ancora più rilevante, il cambio di maggioranza non comporta conseguenze sulla partecipazione dell’Italia alle missioni già intraprese, come UNIFIL 2 (Libano) o ISAF (Afghanistan).

Se è vero che la politica estera è l’insieme delle attività con cui uno Stato definisce e persegue i suoi obiettivi nel sistema internazionale, occorre riconoscere che, nell’ambito della sicurezza, la “seconda repubblica” ha prodotto una policy coerente, attiva, coraggiosa e di successo, tanto più considerando la rissa permanente che caratterizza il processo politico domestico in quasi tutti gli altri campi. Tutto bene allora? Mica tanto. Perché gran parte del successo di questa policy è stato vanificato proprio dalla “fog of war” e dai clamori che si levano con ottundente regolarità dal campo di battaglia della politica italiana, fatto di insulti, impiego strumentale di leggi, sentenze ed inchieste e, da ultimo, persino di souvenir dozzinali utilizzati a mo’ di corpo contundente. Ci troviamo così a contemplare, per l’ennesima volta, quelle che hanno rappresentato vere e proprie “vittorie perdute” per l’immagine internazionale del Paese: perché in questi anni la volgarità e la miseria del dibattito politico interno (e del rimando giornalistico e mediatico che continuamente lo rilancia e lo alimenta) hanno regolarmente sopravanzato di gran lunga gli effetti positivi della politica estera di sicurezza, facendo sì che la percezione internazionale dell’Italia non riuscisse mai a essere costruita (prevalentemente) sulle buone performance che sono state realizzate in questo campo, con discrezione e professionalità, ma abbia invece continuato a “fondarsi” sul penoso spettacolo offerto dal “teatrino della politica”.


tag:  nato   unifil   isaf   politica estera   peace-keeping  


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#2 da emanuele, inviato il 5/1/2010
anche io sono d'accordo

#1 da flavio rossini, inviato il 5/1/2010
Condordo in pieno con l'analisi di Vittorio Emanuele Parsi. Condivido inoltre lo sforzo di porre l'accento sul concetto di politics-policy, naturale evouluzione nella politica della corrente filosofica del pragmatismo e del neo-pragmatismo. Attraverso una delle due componenti, la policy appunto, la gestione della politica nel suo insieme diviene più centrata verso i bisogni reali della società più che ad una mera presa di posizione ideologica-partigiana. Se il concetto di policy rende dal punto di vista del risultato, diventa altresì un ottimo strumento per equilibrare la gestione della politica con la parte definita politics, che ha una sua importanza sociale in ogni caso. L'appartenenza infatti tende al sociale e questa componente è altresì fondamentale per per mantenere gli equilibri delle società di cui la politica ha il compito di prendersi carico. L'analisi di Parsi quindi prende in esame i due fattori e, dando un giudizio positivo su uno di essi, la policy, evedenzia la ancora poca efficienza dell'altra, la politics, per ragioni, a mio avviso, legate all'ancora troppo relativismo presente nelle società europee contemporanee.



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