Mondo Futuro

La Cina, nuova potenza mediorientale?

di Fabio Nicolucci

pubblicato il 28 dicembre 2009
immagine documento La decisione dopo l'11 settembre 2001 dell'Amministrazione Bush di sovvertire lo status quo che durava dal 1945, segnato dallo scambio petrolio-stabilità tra Usa e Arabia Saudita, ha fatto entrare il Medio Oriente in una fase costituente. Essa è caratterizzata da molte dinamiche: lo spostamento del baricentro regionale ad est; la crescente prevalenza di un sistema informale regionale basato su identità etnico-religiose rispetto a quello formale costituito da stati-nazione sempre più deboli; la creazione di nuove alleanze rispetto a quelle espresse dal precedente assetto finito nel 2002. A queste tensioni si aggiungono, con ulteriori effetti distorsivi, le forti relazioni di interdipendenza di alcuni attori regionali con alcuni grandi attori globali: ovviamente gli Usa, ma anche India, Cina e Russia. Fattori che non contribuiscono a creare una stabilizzazione multipolare perché fuori da un quadro cooperativo multilaterale.

Se nel medio oriente dovesse confermarsi questo scenario non cooperativo, e dunque a somma zero, il contemporaneo declino della potenza regolativa degli Usa tenderà a riprodurre un teatro strategico regionale di tipo bipolare: in questo caso sembra poter essere rilevante il ruolo della Cina come nuova potenza oppositiva degli Usa. Tale dinamica, già in atto a livello mondiale, sarà infatti replicata anche in questa regione, sempre più centrale nello sviluppo della proiezione globale cinese: fino al 1992-93 autosufficiente per quanto riguardava il petrolio, oggi metà di quello importato viene infatti dal medio oriente. La Cina ha così cominciato da un decennio una discreta penetrazione nella regione, accompagnata da una presenza in Africa che ne costituisce il retroterra, tanto più efficace in quanto caratterizzata da un approccio di «soft power» assai diverso da quello sovietico durante la Guerra Fredda. Un approccio “soft” che genera la stessa simpatia di cui usufruirono gli Usa per le loro credenziali anticoloniali all'inizio della loro ascesa come potenza globale di riferimento al posto della Gran Bretagna, incrementata dal relativo successo del suo modello autoritario di governo presso i regimi arabi. Ed anche se l'impegno cinese nella missione Unifil in Libano nel 2006, unito alla partecipazione alla missione internazionale al largo delle coste della Somalia contro i pirati del 2008, suggeriscono che nel tempo la presenza cinese sarà tendenzialmente più bilanciata tra «hard» e «soft power», al momento la presenza cinese trae forza dalla grande complementarietà economica tra la Cina e il medio oriente, esemplificata per esempio dal ruolo crescente dei fondi sovrani del Kuwait e del Qatar in Cina.

Una complementarietà che sta diventando prevalentemente politica nel caso dell'Iran, sempre più il referente principale della Cina nella regione per la progettata espansione della sua «capacità di mobilitazione internazionale». Nonostante le vicendevoli differenze in potere e concezioni strategiche, Cina ed Iran hanno infatti interessi sempre più coincidenti, a partire dal petrolio e dal ruolo in Iran della compagnia petrolifera cinese Sinopec. Tanto che in mancanza di progressi sul dossier nucleare, per minacciare l'Iran e far sapere che gli Usa non avrebbero potuto per molto altro tempo impedire un blitz unilaterale di Israele sugli impianti al centro della contesa, Obama ne ha parlato direttamente con il presidente cinese Hu Jintao. Di fronte poi ad un'iniziativa congiunta di Araba Saudita e Usa volta a far finire la dipendenza cinese dal petrolio iraniano, nonostante la promessa di avere lo stesso quantitativo a minor prezzo, la Cina ha rifiutato, configurando così la propria relazione con l'Iran in termini implicitamente bipolari e non cooperativi. Se l'Italia del futuro vorrà contare qualcosa nel mondo allora dovrà porsi come priorità una nuova politica estera nel Mediterraneo capace di interagire e non solo subire i cambiamenti che stanno avvenendo alle porte di casa, e comunque tematizzando con decisione la questione Mediterranea come di interesse nazionale.



Fabio Nicolucci è esperto di temi internazionali e Medio Oriente.





tag:  cina   arabia saudita   iran   petrolio   cooperazione  


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#1 da flavio rossini, inviato il 2/1/2010
Il conglomerato cinese resiste nonostante tutto. La Cina, un insieme di 56 etnie riconosciute ufficicalmete più quelle non riconosciute, è un'insieme di popoli legati dal collante del centralismo socialista. E' ovvio che, tolto il collante il conglomerato si disfacerà in tanti piccoli stati allo stesso modo di quello che è accaduto in ex-Jugoslavia dove il regime di Tito teneva insieme etnie differenti sotto il terrore totalitario, ma il tutto il scala enormemente maggiore. Nonostante ciò il gigante cinese resiste. Dal punto di vista economico il regime cinese cerca di sopperire alle lacune politiche effettuando con aggresività campagne di espansione al fine di far reggere il proprio sistema. Va altresì detto che il mercato cinese è sicuramente più appetibile unito invece che disgregato visto come consumer country, poichè le potenzialità sono realmente grandi. Vi è però anche da considerare ciò che la Cina offre come risorse e materie il che non è da sottovalutare. La Cina, nonostante il suo bulimico approvigionamento di materie prime è essa stessa ricca di queste ultime e la politica di acquisizioni pare più uno stratagemma per creare una posizione dominante, se non addirittura un monopolio sulle commodities più che un bisogno reale. L'aggressività comunque resta forte e anche se l'espansione geoeconomica viaggia a ritmi più che sostenuti alcuni settori ed aree cercano di formare un argine. L'esempio della tentata acquisizione da parte della Cinalco di Rio Tinto da un'idea del livello di penetrazione che l'economia cinese attua e che in certe aree viene contrastata.



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