Sulle riforme scambio obbligato

Sospensione del giudizio per le alte cariche, apertura del settore radio-tv

di Andrea Romano , pubblicato il 24 dicembre 2009
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Al di là delle buone intenzioni, il dialogo tra maggioranza e opposizione rischia di consumarsi per manifesta inconsistenza della materia. Ad oggi non è affatto chiara la vera sostanza della possibile cooperazione riformatrice tra PdL e PD, perché finora nessuno ha spiegato su quali concrete partite legislative dovrebbero convergere gli sforzi dei volenterosi dei due schieramenti. Le riforme istituzionali? Una nuova legge elettorale? Un coraggioso progetto in campo educativo o universitario? Nell’attesa, si rafforzano gli opposti massimalismi di coloro che prosperano nello statu quo mentre si moltiplicano i riflessi condizionati che originano da scenari visti già troppe volte nella nostra storia recente: “No all’inciucio”, “Sì alla politica come ricerca del compromesso”, “Lavoriamo per il bene del paese”, etc.

Proviamo invece ad immaginare che maggioranza e opposizione, o per lo meno le loro componenti più avvedute, scelgano di ridimensionare le velleità epocali di una “grande riforma” che questo Parlamento evidentemente non ha nel suo carniere. E si adattino invece ad un pacchetto di scambio meno roboante ma capace di sbloccare concretamente lo stallo verso il quale si avvia la seconda parte della legislatura. Lo scambio dovrebbe muovere da due considerazioni preliminari. La prima è l’esistenza di un conflitto permanente tra questo potere giudiziario e questa presidenza del consiglio: una forma di accanimento reciproco a cui è urgente trovare una soluzione, quanto meno transitoria. La seconda considerazione riguarda l’assoluta rilevanza che in Italia assume ogni decisione politica che abbia come oggetto il settore radiotelevisivo. Si può davvero pensare, ad esempio, che la riduzione per via amministrativa del tetto pubblicitario ai canali Sky non abbia un lampante senso politico, tale da falsare i meccanismi della concorrenza in una stagione segnata dalla concentrazione delle leve di comando dell’informazione televisiva? Anche guardando a quest’ultimo provvedimento, è evidente lo squilibrio ulteriore che nel corso dell’ultimo anno si è prodotto all’interno del mercato radiotelevisivo.

Su questo sfondo, lo scambio sarebbe possibile e a portata di mano. Da una parte la concessione di una sospensione del giudizio per le più alte cariche, nel quadro della ricerca di una più serena coesistenza tra i poteri dello Stato. Ma dall’altra il riconoscimento di una sorta di “status speciale” per ogni iniziativa politica che incroci l’ambito radiotelevisivo. Nel concreto si tratterebbe innanzitutto di procedere urgentemente alla privatizzazione di almeno due canali Rai, allo scopo di aprire il mercato ad un altro attore imprenditoriale nazionale o internazionale. E in parallelo di elevare i provvedimenti che riguardano il mercato radiotelevisivo ad un rango di carattere istituzionale, tali dunque da richiedere ogni volta la ricerca del più ampio consenso tra maggioranza e opposizione.

Si tratterebbe forse di uno scambio di natura mercantile, privo della nobiltà che colleghiamo all’aspirazione di un più ampio disegno di riforma istituzionale? È probabile. Ma se da una parte guardiamo a dove è precipitato il confronto parlamentare sulle grandi riforme, e se dall’altra ricordiamo il raccolto ben scarso che negli ultimi anni è stato ottenuto dai maestosi e fallimentari tentativi per riscrivere insieme le regole, è legittimo immaginare uno scambio politico di modesta vocazione ma di grande efficacia potenziale. Perché un accordo di questa natura punterebbe a sciogliere i due nodi sui quali si è impantanata ogni prospettiva di riforma condivisa: da una parte la sensazione di vulnerabilità giudiziaria che ha militarizzato il campo berlusconiano e dall’altra il potenziale di squilibrio democratico che si è ormai accumulato tra conflitto di interessi e duopolio radiotelevisivo. È davvero troppo poco per un disegno di “grande riforma”?


Da "Il Sole 24 ore", 24 dicembre 2009.

Direttore di Italia Futura. Docente di storia contemporanea all'Università di Roma Tor Vergata, collaboratore del Sole 24 Ore e autore di numerosi libri sulle culture politiche del Novecento.


tag:  riforme   rai   sky   giustizia   governo   opposizione  


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#2 da Alberto Lupi, inviato il 3/1/2010
Di certo c'e' qualcosa di poco chiaro: quanti giudici si sono occupati di B? 900?

#1 da Claudio Cavana, inviato il 28/12/2009
Totalmente in disaccordo su eventuali regole transitorie sulla Giustizia : in tutti i paesi civili od occidentali, chi "fa politica" DEVE essere al di sopra di ogni sospetto. Il capo del governo deve o DIMETTERSI o sottoporsi ai processi che lo riguardano, nessuno dei quali ha a che vedere con problemi politici, ma di delinquenza .
Sulle riforme : QUALI ?
Se cominciassero a parlare di come dare risorse al futuro del Paese, vedi ISTRUZIONE e RICERCA...magari, seguendo anche i metodi Statunitensi (misto privato-pubblico), magari destinando meno alle scuole private. Se si parlasse di ristrutturare l'Irap, MAGARI, di una ulteriore riduzione del cuneo fiscale, MAGARI, di un nuovo sistema fiscale (premiante i VERI Imprenditori), MAGARI .
Ce ne sarebbero di Riforme, ma non si può subordinare tutto a chi ha agito CONTRO la Legge e quindi CONTRO di Noi.
Le reti televisive : ma non sarebbe meglio (anzichè toglirne due alla RAI) toglierne una a testa (anche al biscione quindi) ?



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