L'antipolitica
La transizione infinita/2
di
Miguel Gotor ,
pubblicato il 21 dicembre 2009

In questi ultimi quindici anni il linguaggio e i contenuti dell’antipolitica hanno svolto un ruolo egemone nella vita pubblica italiana, costituendo la fase terminale della cosiddetta «repubblica dei partiti». Non a caso, proprio i partiti, pur avendo cambiato i nomi e le sigle molto più che i protagonisti, hanno mostrato il loro volto peggiore, quello autocratico e autoreferenziale. Si pensi solo all’incredibile realtà di un Parlamento non più eletto dai cittadini, ma nominato dall’alto, cooptato da una decina di segretari di partito che scelgono i rappresentanti del popolo in base a legami di fedeltà e conformismo. In effetti, la lunga crisi della politica in Italia si è manifestata anzitutto come crisi di rappresentanza delle istituzioni parlamentari: la procedura adottata con il famigerato
Porcellum promosso dal ministro leghista Roberto Calderoli non favorisce la competizione, l’originalità e il merito dei futuri rappresentanti istituzionali, ma i vincoli di obbedienza, aggravando il loro grado di scollamento con il territorio e con i singoli concittadini. Questo dato mi sembra l’esatta metafora di un inceppamento strutturale del sistema Italia.
Il quadro, inoltre, è stato peggiorato dalla comune percezione di una politica debole e dequalificata, tenuta sotto scacco dai potentati economici. Certo, esiste un problema di credibilità della politica che appare sempre più asserragliata in un fortino, in un mondo di danarose e assistenziali consulenze poste fuori da ogni logica di mercato. Oggi, l’addetto stampa di un presidente di Regione guadagna 150.000 euro annui (12.500 euro al mese) e non si riesce a comprendere la ragione per cui debba avere uno stipendio sei volte maggiore di un suo collega giornalista di pari grado o ben dieci volte superiore a un ricercatore universitario o a un insegnante di scuola media. Inutile dire, che si tratta di denaro pubblico, distribuito discrezionalmente in base a legami fiduciari, nel migliore dei casi, clientelari e/o familistici, nei peggiori. Al di là della polemica qualunquistica e in fondo elitista contro la casta, il tema dei costi della politica costituisce oggi una delle principali ragione della crisi di credibilità dei partiti in Italia, il sintomo di una debolezza intrinseca e non già l’espressione di una loro autorevolezza.
Tutto ciò avviene quando si avverte sempre più il bisogno di un nuovo protagonismo della buona politica. Per affrontare le difficoltà che la lunga e inconcludente transizione italiana lascerà necessariamente in eredità sarà importante scommettere e impegnarsi sulla fine del ciclo dell’antipolitica, il canto dominante degli ultimi quindici anni, nelle sue varianti di destra, di sinistra e di centro. È necessaria una narrazione positiva e dinamica che riconosca, responsabilizzi e parli alle forze volenterose e coraggiose di questo paese, nel pubblico impiego, nell’imprenditoria privata, nel mondo delle libere professioni, che sono alla ricerca di una nuova rappresentanza perché quella attuale è giudicata sempre più insoddisfacente. Il paese è migliore e con più energie sane di come viene quotidianamente rappresentato, con un certo autocompiacimento, dalle grandi agenzie di comunicazione di massa. In realtà, tanta gente quotidianamente fa il proprio lavoro in condizioni spesso difficili, a tratti umilianti: sono milioni di cittadini che non sono fannulloni né corrotti e sanno bene che la retorica del «tutti sono ladri» e «nessuno lavora» è il modo migliore per coprire i ladri e i nullafacenti che pure ci sono.
Questo mondo chiede semplicemente di essere riconosciuto, rimotivato e rivalutato: pretende di esserlo, vuole che ci sia una distinzione, in ogni ambito professionale, tra chi fa il proprio dovere e chi non lo fa. Di conseguenza, vorrebbe che vi fosse un maggiore rispetto per i percorsi di formazione, per le competenze acquisite di cui poi negli ospedali, nelle scuole, nelle imprese, nelle università è quotidianamente obbligato a dare conto. Quel cittadino capisce anche che dietro quest’imperante propaganda qualunquista e disfattista c’è un disegno funzionale a indebolire il lavoro nel suo insieme, a creare mondi incomunicanti, separati, diffidenti l’uno verso l’altro, a dare vita a una delegittimazione reciproca, a separare e a lacerare il tessuto laborioso, a sottrarre diritti invece che a unire e a responsabilizzare. Valutazione, meritocrazia, centralità del lavoro, rispetto delle professionalità devono essere l’ideale bussola di riferimento per affrontare il futuro e vincere la crisi di fiducia che sembra percorrere in lungo e in largo l’Italia. Solo il ritorno di una politica forte e degna potrà aiutare il Paese a vivere da protagonista un progetto di riscatto.