La giustizia (in)civile

La transizione infinita/1

di Mauro Bussani , pubblicato il 15 dicembre 2009
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Negli ultimi quindici anni, la riforma della giustizia, specie civile, è figurata nell’agenda di ogni riformista, nelle arringhe di chi governa, nelle discussioni dei giuristi e degli addetti ai lavori: magistrati, avvocati, cancellieri, parti in causa. La ricorrenza del tema nelle preoccupazioni generali ha tuttavia giovato assai poco, finora, alla soluzione dei problemi di gestione e, soprattutto, di lentezza del servizio.

Certo, si tratta di questioni frequentemente mal-trattate dalle pieghe partigiane del discorso pubblico, e pure dagli argomenti corporativi che irrorano il dibattito specialistico. Al netto o al lordo di partigianerie ed interessi di corporazione, restano i dati che segnalano le condizioni deficitarie delle modalità di prestazione della giustizia civile nel nostro paese.

Fra i più rilevanti di questi dati vi è senza dubbio quello che segnala come i tempi necessari alla soluzione delle nostre controversie siano ancora, in primo grado, circa il doppio di quanto serve alla giustizia francese e spagnola e come, nei tre gradi di giudizio, lo stesso tempo necessario a noi risulti il 30 % più lungo di quanto serve alle corti francesi, il 40 % più lungo di quanto serve alle corti spagnole, ed il doppio di quanto serve alle corti tedesche, inglesi e olandesi.

Sono dati drammatici, ma che a loro volta poco si accordano con altri numeri, ed in particolare i seguenti.

Il numero di procedimenti civili iniziati in primo grado nel 2006 è sostanzialmente pari a quello che si instauravano nel 1894 (2,8 milioni contro i 2,5 milioni di centoquindici anni fa).

Il numero di magistrati in servizio, valutato per abitante, era ed è sostanzialmente uguale a quello di Francia e Spagna, paesi nei quali i tempi di soluzione dei casi civili, come abbiamo ricordato, sono enormemente più brevi dei nostri.

Avevamo ed abbiamo un numero di avvocati per abitante pari solo a quello della Grecia ed inferiore solo a quello degli USA.

Tra il 1990 ed il 1999 la spesa per la giustizia è aumentata del 140,6 %, tasso di crescita pari a quasi 3 volte a quello totale delle spese correnti dello Stato (al netto degli interessi) nello stesso periodo. Nel 2006, inoltre, il budget pubblico per abitante allocato alla Giustizia (in tutti i suoi settori) è risultato inferiore a quello di Germania, Regno Unito ed Olanda, ma superiore a quello di Austria, Spagna, Francia, Grecia, Russia, Polonia, Turchia.

Nutrito è poi il novero di riforme che hanno interessato la giustizia civile dal ‘94 ad oggi: la grande stagione degli anni 1990-1995 (riforma generale del processo ordinario di primo grado), e poi gli interventi del 1998 (introduzione del giudice unico di primo grado), del 2005 (modifica del rito ordinario di primo grado, con particolare riguardo alla successione delle udienze), del 2006 (modifica delle esecuzioni) - mentre è ancora ovviamente da valutare l’impatto della recente, ennesima riforma, del 2009, volta ad introdurre, fra l’altro, il processo sommario di cognizione.

Negli ultimi quindici anni, infine, nulla è cambiato con riguardo ad un dato che ci vede assolutamente isolati nel panorama occidentale. Si tratta delle modalità di remunerazione degli avvocati. L’Italia è difatti l’unico paese ove il corrispettivo dovuto al legale si parametra al numero di gesti processuali svolti dallo stesso avvocato – criterio che ovviamente conduce a moltiplicare le iniziative processuali, e a dilatare oltre ogni ragionevole misura i tempi del processo.

Che occorra cominciare proprio da qui ?

Docente di diritto comparato all’Università di Trieste, ha insegnato negli USA, in Francia, Cina, Brasile, Perù, Portogallo, Serbia. È direttore scientifico dell’International Association of Legal Sciences dell’Unesco e membro del CdA dello “United World College of the Adriatic” e di “S.I.S.S.A. Medialab”.


tag:  giustizia   processo civile   durata processuale   riforma giudiziaria   burocrazia  


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#4 da Raul Di Croce, inviato il 31/12/2009
La giustizia italiana non funziona perchè manca ed è sempre mancata una volontà politica in tal senso.

#3 da Valerio, inviato il 30/12/2009
E' fuorviante ritnere che il malessere della giustizia dipenda dal tariffario forense. Ritengo che l'esistenza di un tariffario dia la certezza al cliente di sapere quale attività ha svolto il proprio avvocato e per quell'attività quanto possa legittimamente richiedere. Nei sistemi dove non esiste una tariffa (come in USA per esempio) l'avvocato viene pagato in percentuale sul valore della causa, per cui il cliente vittorioso si trova a dover pagare con una parte di ciò che ha recuperato, precentuale che può arrivare anche al 50%.
E' un altro sistema, non esprimo una preferenza. L'importante è sapere che un professionista offre un servizio che va remunerato.
Mi sembra invece più significativo e serio il dato offerto dall'articolista quando riferisce che in media il numero di cause civili iniziate negli ultimi 150 anni siano sempre le stesse e che anche il numero dei magistrati non sia sostanzialente mutato.
Allora ritengo che ciò su cui la politica (ma sembra che preferisca non curarsi del problema) dovrebbe intervenire sia il coraggio di una vera riforma del processo, e non la solita "finta" riforma con cui si interviene cabiando qualche parola nel testo del codice e rimane invariato il sistema processuale.
Inoltre occorre intevenire sul sistema della gistizia, riorganizzando gli uffici giudiziari.

#2 da Alberto, inviato il 24/12/2009
Il disastro della giustizia (civile, ché del resto poco so) italiana è una delle manifestazioni del micidiale connubio tra l'ingordigia privata e il senso di colpa cattolico pubblico.
Gli avvocati sono un mercato, da anni. Della regola domanda/offerta se ne giovano quando c'é da procacciare clienti, suggerirgli la proposizione di cause, parcellare "ad atto", far durare il processo per più guadagnare.
Eppure quando si ascolta qualche esimio rappresentante dell'ordine forense parlare in tivvù, la parola "mercato" diventa tabù. Sterco di Satana. L'attività forense, il diritto di difesa, la Costituzione, il codice deontologico.
La deontologia, parolina magica che, proprio sulla base della negazione a intermittenza del mercato, permette la reintroduzione delle tariffe minime obbligatorie; un esame di stato in cui a decidere sull'ampliamento della scelta per il cliente è chi dall'ampliamento viene danneggiato; un sistema di concorrenza mascherato da valzer decadente tra parrucconi che fingono attenzione per valori ulteriori al loro portafogli.
La riforma del sistema tarifffario è un buon inizio, ma anche in questo campo mi sembra evidente un problema generazionale. Vorrei un mondo in cui nessuno debba più sentirsi dire "quod pendet rendet". Non in latino, almeno.

#1 da Giuseppe Savoia, inviato il 16/12/2009
Sono d'accordo con l'analisi di Mauro Bussani la malagiustizia non è solo un aspetto che riguarda unicamente l’elemento giudiziario ma vanno considerati anche gli aspetti “accessori” quali: i privilegi dell’ordine degli avvocati, il ruolo del detenuto durante e dopo la condanna ( si dovrebbe incominciare a parlare di “risarcimento sociale” del condannato verso la comunità e di “capacità di reinserimento nella società” e non solo di certezza della pena ) ma andrebbe affrontato anche il tema delle vittime dei reati troppo spesso lasciate sole dallo Stato che si cura unicamente della detenzione del condannato.
Forse su questi aspetti non politicizzati i partiti troveranno concordia…mha



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