di Alberto MingardiScartabellando fra le nuove proposte di Obama (su www.italiafutura.it), Nicola Rossi sembra convinto che sia cominciata una “fase due della crisi”, che “vedrà la politica economica camminare su un sentiero molto stretto, delimitato da un lato dalla onda lunga della disoccupazione che caratterizzerà i prossimi mesi e dall’altro dalla necessità di cominciare a disintossicare il sistema dalle massicce risorse pubbliche che vi sono state riversate nel più recente passato”. Per Rossi, questa strada “non necessariamente ha bisogno di nuove risorse pubbliche” - quel che più conta, è uscire dall’immobilismo.
Spero che Nicola Rossi abbia ragione, temo però che la seconda fase nella “gestione della crisi” si apra sotto un segno diverso. Negli ultimi giorni ne abbiamo avuto un saggio, con la windfall tax inglese sui bonus dei banchieri.
Il retroterra di una scelta come questa sta ovviamente nella gestione della crisi che abbiamo avuto sino ad ora. I salvataggi pubblici (che Gordon Brown non ha lesinato) hanno consolidato negli elettorati quella che era da sempre un’impressione molto forte. Che, cioè, nella contrapposizione fra economia e finanza la seconda prendesse dalla prima più di quanto non desse. I lettori di questo giornale sanno che non è vero, che creare tensioni artificiose fra “economia reale” e “finanza”, come se l’una cosa potesse andare senza l’altra, serve solo a confondere le acque. Ma i lettori di questo giornale sono minoranza nella minoranza. E l’impressione che la crisi ha restituito agli elettorati si può semplicemente riassumere così: perché gente che ha fatto tanto casino, ha guadagnato tanti soldi?
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