Gli italiani e il mondo?
"Italia 1994-2009: i numeri", Crescita statica e futuro a rischio
di
Costanza Rodriguez d'Acri - London School of Economics ,
pubblicato il 14 dicembre 2009
Presentiamo ora una serie di statistiche che mettono a confronto diretto con il resto del mondo alcuni aspetti dello svolgimento dell’attività produttiva e del sistema educativo in Italia. Per iniziare, l’Italia, paragonata agli altri paesi produttori in Europa, presenta numeri sugli incidenti mortali sul lavoro molto elevati e che purtroppo diminuiscono a tassi più moderati rispetto agli altri paesi manifatturieri. Sembra quindi plausibile immaginare che queste fatalità contribuiscano negativamente alla possibilità di sviluppo di capacità tecniche, tacite e produttive di un gruppo di lavoro.

Inoltre la percentuale di lavoratori con un’educazione sia secondaria (liceale) che universitaria risulta minore in Italia che in Inghilterra e in Germania. I dati a seguire, suddivisi per regione, suggeriscono inoltre che il divario formativo Nord-Sud è ancora sostenuto (dati per il 2005).

Ancor più preoccupante è il dato riportato sotto che ritrae il numero di iscritti Italiani che non conseguono la laurea. I dati ottenuti sono per l’anno 2005, quando più del 50% degli iscritti a corsi di laurea lasciava gli studi prima del conseguimento del titolo.

Dato comunque sorprendente visto che le prospettive di guadagno per laureato (uomo) in Italia son superiori a quelle di molti altri paesi OCSE; il valore netto attuale di tale educazione per le donne purtroppo è invece inferiore alla media OCSE (dati per il 2005).

Questo puzzle, ossia il dato elevato di studenti che abbandonano gli studi universitari in rapporto alla possibilità di guadagno futuro (soprattutto per gli studenti di sesso maschile), può essere compreso se si considerano anche i costi – più elevati della media OCSE – e la quasi assenza di finanziamenti o sostegni da parte dello Stato.

Un altro dato preoccupante deriva dai risultati raccolti dal PISA survey dell’OCSE (2000, 2003, 2006) su studenti odierni – la forza lavoro del domani – che rinforzano i dati appena esposti: le capacità lingustiche e matematiche dei nostri ragazzi sono chiaramente inferiori alla media OCSE. Se la nostra forza lavoro perde capacità innovativa e competenze di base, come fare a ribaltare la produttività negativa che, come abbiamo visto sopra, è alla base della crescita statica italiana?

I dati sui brevetti raccolti per il 2005 tra mostrano un altro fatto interessante. La media Italiana di brevetti (per millione di abitanti) presentati all’EPO nel 2005 è inferiore a quelli presentati dalla regione di Amburgo, ma non a quelli presentati dalle regioni inglesi. Tra le regioni italiane, tuttavia, esiste un divario non indifferente, con un Sud in notevole ritardo rispetto al resto del paese. Sembrerebbe quindi che non tutte le regioni italiane siano improduttive, l’Emilia Romagna ad esempio ha depositato nel 2007 un numero di brevetti quasi doppio della media europea. Ma esiste un divario molto accentuato tre le regioni tecnologicamente competitive, e le molte tecnologicamente arretrate.

Non a caso dunque il Global Creativity Index, che cattura il livello di capacità creativa di un paese, classifica l’Italia in ventiseiesima posizione.

Lo stesso lavoro stima la proporzione di lavoratori in Italia con talento creativo essere uguale al 13.59%, classificando l’Italia in trentaquattresima posizione su trentanove paesi analizzati: penultima.
A questo punto, se si considera il tasso d’abitudine all’uso del web come indicatore rozzo di un certo livello di sviluppo tecnologico, non ci si deve certo sorprendere che le famiglie italiane hanno acceso alla rete in misura percentuale inferiore alla media OCSE, di molto inferiore a paesi quali Olanda, Danimarca, o Svizzera; una percentuale soltanto superiore a Grecia e Portogallo.

Certo, si investe nella propria educazione, e si incorre nei rischi che tale investimento comporta, solo quando si trae beneficio e guadagno da tale investimento. Nonostante un laureato uomo abbia davanti a sè ottime prospettive di guadagno (come riportato sopra, figura 13), purtroppo uno studio dell’OCSE ha dimostrato che in Italia la bassa mobilità sociale è legata in maniera positiva al tasso di disegualianza sociale, ed in maniera negativa alla possibilità di trarre beneficio dalla propria educazione. Quindi uno studente di sesso maschile, anche se laureato, sarà rallentato nella sua crescita potenziale nel caso povenga da un gruppo socialmente svantaggiato. Perchè aspettarsi quindi che i ragazzi italiani e la forza lavoro italiana – da soli – possano migliorare questi risultati?

Risulta purtroppo dai dati che il fenomeno della diseguaglianza sociale si sia infatti ancor più accentuato negli anni, pur se l’aumento più marcato ha avuto luogo a cavallo tra gli anni ottanta e novanta.

Un’altra osservazione che deriva da questi dati è che la società italiana è caratterizzata da bassissimi tassi di mobilità sociale a livello intergenerazionale (come già osservato da Tinagli, cfr. rapporto IF). Dato che questo dato è molto correlato con il numero di famiglie con figli a carico a rischio soglia di povertà, che plausibilmente non possono assicurare un futuro sereno ed educativo ai propri figli, allora le preoccupazioni aumentano. Come sperare in un futuro composto da una forza lavoro preparata, educata e tecnologicamente innovativa? I dati suggeriscono che la preparazione si impoverisce, le opportunità si riducono, il divario tecnologico col resto del mondo sviluppato aumenta costantemente.

Ad aggravare questo quadro, anche la mano pubblica: la spesa pubblica è concentrata solamente sugli anziani, e non sull’infanzia: né sulle famiglie né sui fenomeni di esclusione sociale.

La spesa pubblica italiana sembra quindi essere monopolizzata da un’attenzione per l’anziano; pur certo lodevole quest’attenzione comporta una disattenzione nei confronti dell’infanzia e delle famiglie con figli a carico, e di coloro che vivono ai margini della società. Se lo stato italiano non comincerà ad investire oggi sui giovani del domani, le possibilità di sviluppo futuro dell’Italia di certo non miglioreranno.
Inoltre da un breve survey di quelli che sono i costi affrontati dalle famiglie, ci si rende ulteriormente conto di quanto l’istituto della famiglia italiana abbia bisogno del sostegno dell’intervento statale. I costi della telefonia mobile sono superiori alla media OCSE, per esempio.

Ed il costo degli affitti medi mensili pagati da famiglie affittuarie dell’abitazione in cui si vive è aumentato in tutt’Italia nell’arco dei tre anni passati; l’aumento superiore è stato riscontrato al centro, seguito poi da nord e sud.

Emerge infatti dai dati che il reddito lordo disponibile di una famiglia italiana media è aumentato del 21% nel quinquennio del 1999-2004, mentre è aumentato solamente del 12% nel quinquennio successivo. Seguono infatti dei simili trend il potere d’acquisto, la spesa su consumi finali, gli investimenti fissi lordi, e la propensione al risparmio delle famiglie italiane. Il potere d’acquisto cresceva del 5% prima, dell’ 1% poi. La crescita della spesa e degli investimenti pure è dimezzata: dal 21% al 13% la prima, dal 26% al 16% la seconda. Infine, l’ultimo dato sulla propensione al risparmio è anch’esso sorprendente. Essa aumentava del 2% nel periodo dal 1999-2004; nell’ultimo lustro invece si evince come le famiglie italiane hanno dovuto dar mano ai propri risparmi per far fronte alle spese. Così si è passati da una crescita positiva di quest’indicatore, ad una negativa: -5%. Si evince da questi dati che la ricchezza della famiglia media italiana è stata fortemente ridimensionata nell’ultimo quinquennio.